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PREMIO SAN VALERIO, Anno 2018

Prima che il mese di novembre giunga al termine, pare utile fornire un ragguaglio sul  Premio San Valerio, edizione 2018.

La cerimonia si è svolta in Municipio il giorno 16, annuale ricorrenza liturgica di questo Martire del quale in Albiate si trova il corpo, già nelle Catacombe, qui collocato dall’ Arcivevesco Carlo Francesco Airoldi nella cappella di famiglia risalente al 1668.

Quest’anno la Giuria ha scelto di premiare la maestra Eugenia Ghezzi che ha dedicato gran parte della sua vita all’insegnamento con serietà e professionalità, poi impegnandosi tenacemente nel volontariato. La sala consiliare era gremita: albiatesi, sovicesi e triuggesi si sono ritrovati rinnovando a lei stima e riconoscenza per l’attività che continua a svolgere nell’Aido intercomunale, nell’Associazione locale dei Volontari, in “Salute Donna” e nei corsi scolastici integrativi rivolti anche alle persone straniere.

Il Sindaco Diego Confalonieri, che di Eugenia Ghezzi è stato alunno, si è fatto interprete dei sentimenti dei cittadini, tra i quali i coetanei della classe 1963 presenti in buon numero a tale incontro. Alle sue parole hanno fatto eco quelle del Vicario don Renato Aldeghi che, nel giorno di San Valerio,  ha invitato a dare gloria a Dio mirabile nei suoi Santi. E nei loro interventi i Consiglieri Cinzia Bordon e Alberto De Mori hanno evidenziato l’importante incidenza della scuola e del volontariato in ambito comunitario.

Da parte sua l’insegnante Ghezzi ha messo in risalto il prezioso apporto di tutti coloro che sono attivi nelle diverse iniziative in cantiere e ha precisato di dedicare il Premio ricevuto ai suoi Famigliari. Inoltre chi scrive, chiamato a prendere la parola, ha ricordato l’amicizia con Eugenia risalente fin dagli Anni Cinquanta del Novecento, epoca rilevante per i cambiamenti sociali ed ecclesiali che si sono succeduti su scala albiatese e internazionale. Altresì ha fatto presente che il 16 novembre 1668, quindi 350 anni or sono, l’Arcivescovo Carlo Francesco Airoldi prendeva possesso, in qualità di Nunzio, della sede apostolica di Bruxelles. E per questo motivo la festa di San Valerio viene a cadere ogni anno proprio in tale giorno.

Franco Perego

Milano, 25 novembre 2018


Altre risorse sul premio San Valerio

Albo d’oro del Premio San Valerio: 

Notizie tratte da “G. SALA, Albiate dal Dopoguerra all’inizio del nuovo Millennio”, a cura di A. Zelioli, Pessano (MI), 2003 [fuori commercio]

Informazioni dal sito www.villasanvalerio.it    

Un’albiatese illustre

Può aver incuriosito gli albiatesi leggere l’annuncio della scomparsa di Giuseppina Ferrario, riportante la carica di “Cavaliere Ufficiale al Merito della Republica Italiana”.
Chi era questa cittadina illustre e come è arrivata a ottenere questa importante onoreficenza?

Giuseppina Ferrario, che viveva a Dundee in Scozia, è mancata mercoledì 31 gennaio.
I funerali sono stati celebrati nella cattedrale di Dundee venerdì 16 febbraio, e nello stesso giorno una messa in suo ricordo è stata celebrata nella chiesa san Giovanni Evangelista di Albiate.
Giuseppina Ferrario, nata a Monza e vissuta per anni in via Gorizia a Albiate, per motivi di lavoro si era trasferita con il marito Pierantonio Carena e la famiglia prima in Irlanda e successivamente in Scozia.
Con i figli è tornata in varie occasioni a salutare i parenti rimasti in Italia, in particolare il fratello Luigi, sua mamma Maria, e il papà Amedeo.
La cara Giuseppina ha lasciato quattro figli: Amedeo che ha sposato Pauline e ha due figli: Innocente e Claudia, Mario che ha sposato Wendy, Pierluigi, e la figlia Maria Pia che ha sposato Ian.

Durante la sua permanenza in Scozia è stata Agente Consolare Onorario dal 1976 fino al 1993 per l’Italia.
Proprio per la sua importante attività a supporto della Comunità Italiana in Scozia ed Irlanda del Nord durante il suo lungo mandato consolare, nel 1994 le è stata conferita l’onorificenza di Cavaliere Ufficiale al Merito della Republica Italiana.
Durante questo periodo, e anche dopo che si è ritirata dal ruolo onorario di Agente, ha fatto parte come membro e presidente di vari Comitati Italiani in Scozia.
Nel 2011, dopo che si era ritirata dai comitati, dal Consolato di Edimburgo ha ricevuto una targa onorifica con la dedica ” Grazie per quanto ha fatto per la Communità Italiana in Scozia – con gratitudine”.

Presentazione dell’onoroficenza da Giancarlo Izzo, Console Generale per la Scozia e Irlanda del Nord.


Il conferimento dell’onoreficenza.


La festa per il compleanno di Giuseppina Ferrario

Figlie di Sant’Eusebio. Suore infermiere in Albiate


Dal 1953 ad oggi la congregazione delle Figlie di Sant’Eusebio ha svolto un prezioso e silenzioso servizio alla Comunità di Albiate.

Per Suor Domenica e Suor Antonella, che qui nella foto ricevono l’edizione 2018 del premio San Valerio, è tempo di lasciare la casa di Via Scalfi.

In chiusura dell’articolo riportiamo qualche segno della presenza in questi anni, mentre di seguito proponiamo l’intervista realizzata da Samuele a Suor Domenica Ganassin e Suor Antonella Colpa.

 

Come nasce la vostra Vocazione?

Suor Domenica: sono stata praticamente cresciuta a contatto con le Suore di Sant’Eusebio e piano piano la mia gioventù è stato un progressivo prendere coscienza di ciò che sentivo nel cuore sin da bambina: a 23 anni ho deciso di entrare in convento, decisione comunque difficile perché a quell’età non è facile cambiare la testa, soprattutto una testa dura come la mia! Ho svolto 3 anni di preparazione e subito dopo i primi voti sono andata a Roma a studiare per diventare Infermiera: il corso di Infermieristica a quell’epoca durava 2 anni e comprendeva un tirocinio con tanto servizio a domicilio. Dopo il corso di Infermieristica mi sono anche specializzata in Ginecologia/Maternità a Biella, quindi sono stata spedita per 5 anni in Africa, più precisamente in Kenya, dove ho iniziato a mettere in pratica gli insegnamenti che avevo appreso in quegli anni di studio. Per motivi di salute ho poi dovuto rientrare in Italia, ad Udine, dove sono stata per 32 anni, continuando la svolgere la mia Vocazione di Suora Infermiera e prendendo sempre parte a numerosi corsi di aggiornamento in ambito sanitario/infermieristico. Dopo 32 anni purtroppo la casa di Udine ha dovuto chiudere e quindi sono approdata ad Albiate (quando sono arrivata in Brianza addirittura odiavo le macchine targate Milano!). L’esperienza di Albiate è stata traumatica all’inizio perché c’era da mettersi in gioco in una realtà completamente nuova e in un contesto completamente nuovo, soprattutto perché non si trattava più di una gestione autonoma, come ad Udine, ma si trattava di una gestione comunale, che richiedeva quindi la necessità di interfacciarsi con il Comune. E mi ricordo che i primi tempi trascorrevo le giornate a girare in bicicletta (la mia adorata bicicletta!) per imparare le vie di Albiate, visto che i navigatori non c’erano e bisognava arrangiarsi! Ho trovato un grande appoggio in Suor Ersilia che mi ha aiutato ad inserirmi ad Albiate, poi devo ringraziare le mie consorelle Suor Maria Francesca, Suor Bernadetta e infine Suor Antonella, per tutti questi anni trascorsi insieme ad Albiate tra servizi a domicilio e ambulatorio qui nella nostra casa.

Suor Antonella: la mia vocazione nasce da una cosa apparentemente strana; a me da piccola piacevano molto gli anziani, stare con loro, ascoltarli e aiutarli, io mi perdevo lì, e mi ricordo che andavo sempre dalle suore di Sant’Eusebio a lavare i piedi agli anziani. Altre cose che mi attiravano delle Suore erano il loro vestito e l’anello al dito: sono quindi partita da cose che possiamo catalogare come “esteriori” e dal grande piacere nell’aiutare anziani, ammalati e bambini, per maturare una vera e propria vocazione. Dopo il Noviziato ho fatto 5 anni a Cinisello Balsamo in una scuola materna, poi mi sono trasferita a Roma e ho iniziato a prendere contatto con la Pediatria all’Ospedale Bambino Gesù. Da lì ho deciso di diventare una Suora Infermiera, quindi mi sono trasferita a Vercelli dove nell’arco di due anni ho completato gli studi per diventare a tutti gli effetti un’infermiera professionale. Da lì poi ho svolto il mio operato di Suora Infermiera a Biella con i bambini abbandonati, poi a Milano nell’assistenza domiciliare, a Vercelli per 8 anni presso l’ospedale Sant’Andrea nel ruolo di “Vigilatrice di infanzia” e poi, sempre a Vercelli, presso il Villaggio Concordia, zona degradata e abbandonata, nell’ ambito dell’assistenza domiciliare. Poi sono andata in missione in Perù, dove sono stata per 20 anni. Poi sono tornata a Vercelli in una casa di riposo e lì ho ricevuto la notizia che avrei dovuto trasferirmi ad Albiate per sopperire alla malattia di Suor Bernardetta. E qui ad Albiate, purtroppo dopo un breve periodo, ho dovuto accettare l’esperienza della chiusura della casa, momento doloroso ma allo stesso tempo di crescita, perché è in queste circostanze che si acquistano disponibilità e duttilità. Sia che si cambi casa, sia che si cambino, nella stessa casa, le persone intorno a te, è sempre un mettesi in gioco, ed è sempre una prova di forza nel mantenere l’adesione della comunità di cui si è parte.

Dopo la chiusura della casa di Albiate, dove andrete e quali saranno i vostri ruoli?

Suor Domenica: ho 84 anni, non pensavo di dover subire la chiusura di un’altra casa (dopo quella di Udine), è un’esperienza molto dolorosa ma al tempo stesso necessaria, anche se in cuor mio speravo di andare avanti ancora un po’: tornerò alla Casa Madre a Vercelli ma sinceramente non so che cosa farò, anche perché i problemi di salute non mi consentono di fare molto. Cercherò ancora una volta di ricominciare da capo e di rimettermi in gioco. Sicuramente, se riuscirò a ritrovare la serenità, avrò molto più tempo da dedicare al Signore e alla preghiera. Non ho voglia di mollare e di lasciarmi andare, voglio proseguire la mia strada.

Suor Antonella: anche per me, anche se sono ad Albiate da poco, è un momento difficile quello della chiusura di una casa, purtroppo ci si deve rendere conto che piano piano tutte le case delle Suore di Sant’Eusebio stanno chiudendo perché non ci sono più le persone in grado di portarle avanti e allo stesso tempo c’è carenza di Vocazioni, quindi di nuove sorelle che possano continuare l’attività. Anche io tornerò alla Casa Madre a Vercelli dove mi verrà assegnata la responsabilità di un reparto di anziani, un ritorno alle origini.

Cosa lasciate ad Albiate e cosa vi portate via da Albiate?

Suor Domenica: ad Albiate sono stata per quasi 13 anni, dal Settembre 2005, quindi qui lascio un pezzo di cuore: ogni persona che incontro e che saluto in questi giorni mi fa venir da piangere. Dopo il primo periodo di ambientamento, ho ricevuto molto e tutte le persone di Albiate mi hanno aiutato molto ad inserirmi. Per i primi 15 giorni non abbiamo fatto altro che girare in bicicletta per imparare tutte le strade di Albiate: e ho sempre girato per il paese in bicicletta fino a quando sono caduta l’ultima volta di fronte all’ingresso laterale della nostra Chiesa Parrocchiale, in via Mazzini. Da lì non mi sono più fidata a muovermi con la mia adorata bici. Nel complesso il periodo di Albiate è stato molto positivo, ho “sentito” molto vicina la gente di Albiate. Ad Albiate per quello che ho potuto vedere e toccare con mano si vive in spirito di carità, ci si aiuta molto, e io ho avuto modo di sperimentare questo aiuto soprattutto tra le persone anziane. Purtroppo con i giovani abbiamo avuto pochi rapporti, ma prima di andare via mi fa molto piacere aver capito che il gruppo giovanile che si era staccato dall’oratorio ha deciso, nell’ultimo anno, di rientrare a collaborare con il nostro oratorio. In definitiva io ad Albiate lascio un pezzo della mia vita quindi di me stessa e spero che la comunità di Albiate possa sempre ricordare con piacere l’operato delle Suore Infermiere di Sant’Eusebio.


Negli “archivi storici” il nostro “motore di ricerca” ha trovato:

  • una breve descrizione del carisma delle suore di Sant’Eusebio (tratto da G. SALA, Albiate dal dopoguerra all’inizio del nuovo millennio”, p. 329)
  • L’insediamento nella casa di Albiate: Un ricordo dell’ingresso della Congregazione nella residenza delle suore infermiere e una breve nota da Bollettino di San Fermo n. 3 del 1954 (da G. SALA, Albiate dal dopoguerra all’inizio del nuovo millennio”, p. 248)
  • Un’intervista di Emanuele Colombo a madre Francesca (Superiora delle suore ad Albiate dal 1982 al 1988) in merito all’attività pastorale di Don Giuseppe Sala verso i malati tratta dal numero unico: “Don Giuseppe Sala in occasione della sua Messa d’oro” – Albiate, 30 maggio 1993”
  • e questa foto dal Bollettino San Fermo, maggio 1981 con le suore Albiatesi; le Suore Infermiere, le Ancelle della Carità  e le suore dei Betharramiti in occasione dei venticinque anni di Madre Elisa Passerini in Albiate.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Avete qualche aneddoto sulle Suore infermiere? Non vorreste lasciar loro un saluto o un ringraziamento per la loro “missione” in Albiate?

 

Anacleto e Amedeo… che morirono a Mauthausen

Storie quotidiane di Albiatesi nella Grande Storia del Novecento – estratto

albo_di_gloriaSessant’anni fa, Il 26 maggio 1957, come in un sacrario, venivano poste nel Santuario di San Fermo, nella cappella di destra, due grandi cornici marmoree che ricordavano i nomi dei caduti e dei dispersi albiatesi durante il secondo conflitto mondiale (vd. immagine riprodotta in  G. SALA, Albiate, dal Dopoguerra all’inizio del nuovo millennio, p. 333).

La collocazione delle due epigrafi avveniva all’interno del medesimo luogo in cui si venerava la bella tela ad olio dell’Ecce homo, la cui storia di “reduce dall’Albania” è stata con acribia ricostruita da Giancarlo Perego, in un articolo pubblicato su “il Cittadino” del 25 aprile 1992 e riproposto sul volume unico Sagra di San Fermo 2015.

Fra i 14 dispersi (12 in Russia, 1 in Grecia e 1 in Libia) e i 17 caduti menzionati nelle cornici suddette, attirano fra gli altri l’attenzione i nomi di Colombo Anacleto e di Frattini Amedeo, deceduti rispettivamente nel 1944 e nel 1945, a Mathausen (sic), in un campo di concentramento tristemente famoso, in cui trovarono la morte quasi 130.000 persone (5750 italiani).

Aperto nel 1938, il campo di Mauthausen-Gusen era classificato di “classe 3” (come campo di punizione e di annientamento attraverso il lavoro) ed in tale località lo sterminio venne attuato attraverso il lavoro forzato nella vicina cava di granito (accessibile solo attraverso i 186 gradini della scala della morte), mediante la consunzione per denutrizione e stenti e, da ultimo, per mezzo di alcune camere a gas (ordinariamente utilizzate per le esecuzioni di “indesiderabili”, per i deportati inabili appena arrivati o per eccedenze fisicamente ridotte alla fine, selezionate per far posto a manodopera nuova).

Ma perché gli Albiatesi Anacleto e Amedeo finirono in quel campo?

Ci lasciamo guidare in questa ricerca innanzitutto dal racconto di altre lapidi e sculture, in cui è stata raccontata la vicenda di centinaia di deportati, che risiedevano o lavoravano in quegli anni di guerra a Sesto san Giovanni e nei paesi limitrofi.

Questi “elenchi della memoria” sono ormai da alcuni anni consultabili in rete e costituiscono preziosa testimonianza di “eroi anonimi che hanno creato la storia” (J. Fucik).

Anacleto

Colombo Anacleto Giuseppe era nato a Albiate l’8 febbraio del 1900 e risiedeva in paese, in Via Roma, 11. Lavorava come manovale alla Falck Vittoria e quotidianamente si trasferiva per lo svolgimento della sua mansione in fabbrica nella città di Sesto.

La notte del 28 marzo 1944 venne arrestato in casa e rinchiuso nella caserma di Carate Brianza: da lì fu trasferito nel carcere di San Vittore a Milano e dal 31 marzo fu relegato nel braccio tedesco, uno dei “raggi” dell’Istituto penitenziario, che, durante il periodo bellico (1943 – 1945), fu soggetto alla giurisdizione delle SS.

Un tribunale germanico giudicava allora i cittadini italiani secondo i regolamenti tedeschi: i detenuti, appena conosciuta la loro sentenza, anche se innocenti, venivano inviati per il servizio del lavoro in Germania se ritenuti idonei, ai campi di concentramento se gravemente compromessi nelle condizioni di salute.

Un nuovo trasferimento condusse così Anacleto alla caserma Umberto Primo di Bergamo, da cui partì il 05 aprile 1944 alla volta di Mauthausen, ove giunse il giorno 8 dello stesso mese.

Anche a lui, come a tutti i prigionieri, fu assegnato un Häftlingsnummer, un numero di matricola, che sostituiva il nominativo degli internati ed era riportato sulla divisa, scritto in nero su stoffa bianca, posto all’altezza del cuore e al centro della coscia destra (talvolta riprodotto anche su una placchetta di latta da portare al collo o al polso).

Anacleto perse il suo nome e divenne così la matricola n. 61615.

L’Albiatese venne, infine, internato a Gusen, sottocampo a cinque chilometri di distanza da Mauthausen, dove morì il 13 ottobre 1944, dopo 6 mesi di permanenza in questi luoghi dell’Alta Austria a 25 chilometri da Linz, dove i prigionieri erano costretti a lavorare anche per 24 ore consecutive, fino al totale sfinimento, poiché detenuti (per la maggior parte maschi adulti, antinazisti) considerati soggetti irrecuperabili, impossibili da rieducare, solo da distruggere psicologicamente e fisicamente.

Amedeo

Frattini Amedeo era nato a Varese il 20 marzo 1901 ed era residente in Albiate, in Via Marconi 28. Lavorava alla Falck Unione reparto OMEC (Officine Meccaniche), come aggiustatore meccanico.

Anch’egli venne arrestato in casa, di notte, nella stessa retata del 28 marzo 1944.

Le caserme di Carate e Bergamo furono anche per lui le tappe intermedie, prima della partenza per Mauthausen, laddove sarebbe diventato la matricola n. 61640.

Amedeo morì il 24 aprile 1945 insieme ad altri 128 internati (24 dei quali Italiani) giustiziati nella camera a gas di Mauthausen e bruciati negli annessi forni crematori.

Le camere a gas erano presenti a Mauthausen, nel Castello di Hartheim e nelle baracche di Gusen; i tre forni crematori nel campo avevano la caratteristica particolare di un’apertura/bocca molto piccola, dimensionata per l’introduzione di scheletrici corpi delle vittime, ridotte a poche decine di chili di peso.

L’ingegneria nazista li aveva progettati con l’intento di economizzare al massimo anche le spese dello sterminio, per essere usati alla fine del ciclo di distruzione del prigioniero ridotto a una sottile sagoma, garantendo un elevato risparmio sul tempo di cremazione e sulle spese di costruzione, di gestione e di combustibile di questa assurda macchina di morte.

Amedeo fu ucciso il 24 aprile 1945, il lager di Mauthausen, ultimo fra i campi nazisti, fu raggiunto sabato 5 maggio 1945 dalle avanguardie della 3ª Armata americana, guidata dal generale Patton, che, entrando nel campo, trovò cataste di morti e 16.000 deportati ancora vivi (dei quali circa 3.000 morirono di stenti subito dopo la liberazione).

Nel mese di aprile del 1945 le SS avevano cominciato la distruzione dei documenti e lo sterminio totale dei prigionieri. Secondo ordini precisi del Reichsminister Himmler e dell’Obergruppenführer SS Kaltenbrunner al comandante del campo Ziereis, Mauthausen e Gusen dovevano scomparire, prigionieri inclusi.

L’ordine dovette valere anche per Frattini Amedeo, che per pochi giorni non riuscì a riassaporare la libertà persa un anno prima.

Ma quale colpa pagarono i due Albiatesi?

Con efficace descrizione e minuziosa precisione, una ricerca guidata da Giuseppe Valota (consultabile anche in internet http://www.deportati.it/static/pdf/TR/1997/aprile/10.pdf) ci racconta che la loro morte fu il “prezzo degli scioperi” che i lavoratori della Breda, della Pirelli, della Falck e di altre industrie sestesi attuarono fra l’1 e l’8 marzo 1944, andando incontro alla durissima repressione tedesca.

Lo sciopero generale vissuto nel Nord Italia dall’1 all’8 marzo 1944 costituì  l’atto conclusivo di una serie di agitazioni cominciate, in forme e modalità diverse, già nel settembre 1943, all’indomani della costituzione della Repubblica Sociale Italiana e dell’occupazione tedesca, e sviluppatesi soprattutto nei mesi di novembre e dicembre di quell’anno.

Lo sciopero del marzo 1944 non fu solo di tipo economico-rivendicativo o per il miglioramento delle condizioni salariali (attraverso la richiesta di aumenti) o della situazione alimentare, ma ebbe connotazioni politiche, intendendo mettere in discussione l’assetto politico-istituzionale del Paese.

A Milano gli scioperanti furono 119.000 nell’arco di cinque giorni, a Torino 32.600 per tre giorni.

Con intento di rappresaglia e di punizione esemplare, Hitler ordinò di deportare in Germania il 20% degli scioperanti.

L’ambasciatore tedesco presso la Repubblica Sociale, Rudolph Rahn, calcolò che tale percentuale corrispondeva a 70.000 persone.

Da Sesto San Giovanni e paesi limitrofi duecento lavoratori – in prevalenza operai  ma anche ingegneri e impiegati, capisquadra e capitecnici – furono in quei giorni deportati in Germania, quasi sempre senza interrogatorio e senza un’accusa.

Molti i giovanissimi, molti di più i lavoratori fra i 30 e i 40 anni, un gruppo di uomini anche oltre i 50 anni: essi non vennero arrestati in fabbrica ma nelle proprie case, di notte, lontano da possibili sedizioni e rivolte di massa.

In quei mesi convulsi, della Falck Victoria, dove lavorava Anacleto, furono 14 i deportati e ne sopravvissero solo due; della Falck Union, sede di lavoro di Amedeo, furono arrestati 41 lavoratori, 25 dei quali morirono nei campi di concentramento.

Furono 51 gli arresti di quella retata del 28 marzo 1944, che coinvolse gli Albiatesi.

La partenza da Bergamo del 05 aprile, con il Transport n. 35 (si veda anche I. TIBALDI, Compagni di viaggio, Franco Angeli, Milano 1994), avvenne forse su un carro-bestiame piombato: almeno 75 i deportati complessivi.

Con quel vagone vennero trasportate anche otto donne che furono immatricolate successivamente a Auschwitz.

Un destino comune attendeva tutti loro: essere cancellati “da una storia” che non condividevano e contro la quale si erano rivoltati.

Annullati nel momento dell’ingresso al campo con un numero di matricola, la memoria e il nome di Anacleto (nell’Albo di gloria del Santuario di san Fermo a Albiate, nelle memorie dell’Istituto di Storia della resistenza e del movimento operaio, in una lapide Falck all’ingresso dello Stabilimento Vittoria, sul lato destro della lastra in metallo del  Monumento eretto presso il Cimitero nuovo di Sesto, in Piazza Hiroshima e Nagasaki,  http://lombardia.anpi.it/media/blogs/lombardia/2010-12/5_LAPIDI_CIMITERI-20_12_10.pdf) e di Amedeo (nella cornice marmorea albiatese, nella scultura all’ingresso di via Mazzini della Falck Stabilimento Unione, nella lapide Falck stabilimento Unione reparto Officine meccaniche, sul monumento predetto al Cimitero Nuovo di Sesto), insieme a quello degli altri deportati, continuano a sopravvivere a imperitura memoria di “eroi anonimi che hanno fatto la Storia” anche per il Nostro Paese.

Leggete anche gli interessanti commenti a questo articolo… e contribuite anche voi a scrivere la memoria di Albiate

Auguri Romano!

Venerdì 7 ottobre Romano Corbetta compie gli anni!!!

Classe 1930, Romano Corbetta, albiatese cresciuto all’ombra del santuario di San Fermo, prefetto per decenni dell’oratorio maschile, ha conosciuto e contribuito ad educare generazioni di ragazzi che hanno trovato in lui una guida sicura, fedele e coerente.

Già insignito del Premio San Valerio nel 2011, braccio destro dei sacerdoti presenti in paese spesso ricordato nelle pubblicazioni locali

è stato organizzatore di molteplici iniziative (presidente dell’Azzurra, guida di innumerevoli fiaccolate, promotore di tornei serali di calcio o di scopa d’assi, proiezioni cinematografiche presso il Cine-teatro “la Cittadella”…) e  collaboratore sempre presente…anche nelle famosissime vacanze a Livigno

Romano è sempre stato capace di mettersi accanto a tutti, di condividere il presente, senza però mai perdere occasione di porsi con sguardo profetico sul nuovo del futuro.

Auguri, Romano!!!

Noi iniziamo questa serie di auguri… ora tocca Voi… non siate timidi,  Romano li apprezzerà tantissimo!

Raffaele Cazzaniga: da Vittorio Veneto al campo di concentramento

Ho accolto con piacere la notizia che sarebbe stato pubblicato su questo sito l’articolo che scrissi nel 1995 per le pagine de “Il Cittadino”, in cui raccontavo le vicende vissute dal giovane soldato albiatese, Raffaele Cazzaniga, durante il secondo conflitto mondiale. Rimettere nuovamente a disposizione dei lettori queste sue brevi memorie permetterà, soprattutto ai più giovani, di conoscere la sua intensa e forte esperienza, di riflettere su quanto accadde in quegli anni e, magari, di non dare più per scontato il periodo privilegiato che stanno (e stiamo) vivendo, anche grazie al contributo di uomini come Raffaele. Sapremo allora, ancora di più, apprezzare i nostri nonni, considerandoli un dono prezioso da guardare sempre con occhi pieni riconoscenza.

Grazie ancora Raffaele!

Emanuele Colombo

Articolo de “Il Cittadino” del 18 Febbraio 1995

Un ringraziamento ad Alberto Farina e Samuele Corbetta per aver recuperato e digitalizzato questo articolo

Mamma, Franco va e torna

Gianfranco e Maria Ghezzi - 2000
Gianfranco e Maria Ghezzi – 2000

Tra le persone che compaiono, a distanza di anni, nei ricordi e nei racconti albiatesi, nelle chiacchere delle persone e sulle pagine locali di Facebook, c’è Gianfranco Ghezzi, da tutti chiamato “Cecòt”, per anni titolare del bar e dell’edicola nel centro del paese.

Benvoluto da tutti per la sua affabilità, tifoso sfegatato dell’albiatese, “giornalaio giornalista” perchè spesso, oltre a vendere i giornali, ne riferiva le notizie più importanti, era riconosciuto da tutti per il suo cappello, indossato sempre.

Gianfranco Ghezzi visse gli anni della seconda Guerra Mondiale da soldato prima, e da prigioniero poi. Arruolato nella Divisione San Marco, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 venne deportato insieme a molti altri soldati italiani in Germania.

Qualche anno più tardi, quando la guerra era ormai lontana, Gianfranco scrisse un resoconto di quegli avvenimenti su un’ agenda bianca, datata 1959, conservata in una cassetta di legno, che in precedenza aveva contenuto bottiglie di vino.

Ritrovato dalle figlie, Eugenia, Emanuela e Elisabetta, il suo diario è stato pubblicato con il titolo Mamma, Franco va e torna (Limina Mentis editore, 2013).

Sono pagine che raccontano, con estrema semplicita’, i giorni di prigionia vissuti in Germania; il diario permette di rivivere, data la sincerita’ nell’esprimere i sentimenti di quei giorni, lontano dai propri affetti, sorretto solo dalla fede dall’amicizia dei commilitoni e dal pensiero dei suoi cari, non solo la vicenda personale di Gianfranco, ma anche quella dei soldati italiani prigionieri in Germania.

IL DIARIO

il Diario
il diario

“Avendo trovato, tra altre cianfrusaglie, il taccuino che avevo nel lager tedesco e sul quale ci sono segnate le note degli avvenimenti che mi capitarono nei giorni che trascorsi in Germania, mi ha fatto pensare al modo di unire le mie note con qualche impressione rimastami su tale periodo di tempo.

Inoltre trovandomi questa agenda per le mani che ha spazio ed essendo qui all’edicola dove c’è poco da fare per passare il tempo ho deciso di trascrivere qui una specie di diario di quei mesi. Io non sono uno scrittore e nemmeno un maestro di scrittura; ciò che scrivo, lo copio scritto, così alla buona, come mi viene e un poco scarno come dal mio diario; ricordando però che le impressioni che provai allora sono incancellabili dall’animo mio.

Comincerò col dire che ora a ripensarci in una stanza pulita con i mobili ben disposti alle pareti, un interruttore per far luce appena scendono le prime ombre della sera, a ripensarci ora, che posso scendere comodamente dinanzi ad un tavolo a far colazione….. che la mattina posso mettermi una camicia pulita, e scegliere una cravatta che s’intoni col colore del vestito, e la sera a lasciare aperta la finestra con la luce accesa (senza pericolo per l’oscuramento) che basta far quattro passi per trovarmi fra la gente per bene e per sentire parlare la mia stessa lingua, per udire la musica trasmessa da un apparecchio radio: a ripensarci ora quasi stento a credere che quelle giornate trascorse nel lager (campo) siano realmente esistite. Ho l’impressione di aver sognato; di aver fatto un brutto sogno, dal quale non ci si possa liberare con una semplice scrollata delle spalle. Eppure la dura vita del lager, la vita da cani, sempre pronti a correre al fischio del sergente o maresciallo tedesco (se no erano giri su giri, o busse) è stata una dura realtà.

Sì perchè anch’io, circa 14 anni fa, ero un interminabile numero sulla giubba del lager tedesco, con la divisa che col passare dei giorni era diventata irriconoscibile, col tessuto consumato e di un colore inspiegabile. Ma i panni erano nulla; il più erano le energie che si andavano lentamente esaurendo (guai se mi avesse visto mia madre in quello stato, Lei che aveva avuto sempre tante cure per me).

Ecco come mi avevano ridotto. A fermarsi un momento col pensiero, ogni parola, ogni gesto, riacquista l’attualità di quei momenti di sofferenza.

Ora è passata!

Ringrazio il signore Iddio e la Madonna che mi tennero sotto la loro benedizione nelle più dure traversie, e san Fermo che viene venerato al mio paese, perchè proprio nel giorno della sua festa, il 9 agosto, io mi trovavo sul treno che tornava in Patria.

DA VERCELLI A PADERBORN

Se si apre un atlante geografico della Germania, sulla sinistra sotto il confine Olandese, c’è

Gianfranco maro' della san Marco
Gianfranco maro’ della san Marco

una regione che si chiama Westfalia: guardando attentamente, vi si trova segnata una città il cui nome è Paderborn, fu là che finì il mio viaggio in una buia sera di oscuramento, per la paura delle incursioni aeree, dopo tre giorni e tre notti di treno, dalla ridente e gaia cittadella di Vercelli a quella che mi apparve come una grigia e tetra città tedesca.

Ma procediamo con ordine, ecco dal mio taccuino le note che scrissi su quel mio viaggio: Sono in branda esattamente le ore 5 scarse, del mattino, si sente gridare… due soldati tedeschi coi mitra sottobraccio urlando a più non posso sono entrati in camerata; sveltamente ci vestiamo e tutti si finisce in cortile. Altri soldati tedeschi non si sa da dove sbucati ci tengono d’occhio, il sole sta spuntando in questa fresca e chiara mattina, siamo come un gregge senza ordini e senza capi, 2 o tremila di preciso non so…… soldati di tutte le armi, in tutte le fogge e divise, di stanza in questa graziosa cittadina del Piemonte. La caserma è quella detta dei “Cappuccini” ed è una specie oramai di un campo di concentramento ed io, o meglio noi, presi, siamo già virtualmente prigionieri dei nostri alleati di ieri.

Siamo avviati in lunga colonna alla stazione per essere avviati in Germania: ecco la lunga sfilata, per le strade di questa cittadina di provincia bella con le sue risaie che la circondano, siamo incamminati; con una stretta al cuore; ai lati della strada soldati e militi della S.S. ci tengono incolonnati e ci minacciano coi mitra e fucili puntati, la gente ci guarda ci commisera, qualcuno piange sento esclamare: “poveri ragazzi li mandano in Germania”.

Noi si va avanti: chi col zaino, chi senza, chi con una valigetta e chi senza il cappotto, in divise che non hanno nulla di militaresco, ci sono giovani imberbi, delle leve più giovani, come me: altri già anziano di anni e di naia.

Il treno arriva a marcia indietro e tutto composto di carri merci e bestiame, vagone per vagone, venivano fatti salire, in quaranta per volta. I portoni si chiudono le sbarre si abbassano, nella garitta del frenatore prende posto un soldato tedesco, ed ecco precisamente 10 minuti prima di mezzogiorno il treno si muove.

Mah!…. Che Iddio ce la mandi buona. Passano le risaie,passano le campagne i casolari, passa Novara, dove ci siamo fermati un poco per agganciare altri vagoni.

lettera inviata a casa
lettera inviata a casa

Con l’angoscia nel cuore penso a casa e a mia madre e a mio padre, un mio amico che ha una bottiglia di Grappa me la passa e ne bevo un lungo sorso anche se so che rischio di ubriacarmi, perché non sono abituato a berne, ma io non voglio continuare a pensare tutta la notte. Non riesco a dormire, sebbene abbia bevuto un’altra sorsata di grappa, ed il primo chiaro del mattino mi trova che non ho chiuso un occhio.

Incominciamo ad attraversare colli e monti ecco Trento e per più avanti Bolzano, il treno prosegue sempre la sua corsa, sebbene a velocità ridotta ed a ogni giro di ruota ci avvicina al confine.

Dove andremo a fermarci? I pensieri agitano l’animo mio e dei miei compagni. Per scaramanzia, con una matita copiativa scrivo sullo zaino “Mamma. Franco va e torna”: mi sarà di buon augurio? lo spero…..

Sono tre giorni che si viaggia.

Paderbon, ora finalmente sappiamo dove siamo, ecco i sobborghi, ecco la città dal treno ne vedo una parte così di sfuggita, sembra ben messa, vedo un tram una lunga ciminiera si fanno nuovi chilometri la campagna ci riprende ma ecco delle luci il treno ha rallentato e fermo un cartello in questa stazione ci informa che si chiama Senne. Sono le nove di sera, col zaino in spalla, pieni di freddo, moralmente depressi anche per il duro linguaggio dei tedeschi ci hanno fatto scendere dal treno e dopo averci contato come pecore siamo incolonnati a quattro a quattro e facciamo la nostra entrata nel campo di Senne, il lager. Sono le 10 di sera, nel lager noto che vi sono già degli italiani non vi so dire la commozione, gli abbracci noi novelli dei lager e quelli che già non ne potevano più.

LA VITA NEL CAMPO

commilitoni
commilitoni

Si dorme in una grande tenda ed in baracche tutte numerate, io sono in una grande tenda, come quella di un circo equestre, fa freddo, è pieno zeppo, non è possibile sdraiarsi per terra sulla poca paglia, non erano passati ancora 20 minuti quando con un fischietto (il sistema tedesco di chiamata) ci fanno uscire tra gli alberi e prati e ci conducono a gruppi, in una grande baracca di legno a fare il bagno i vestiti li mandano al gas a disinfettare e noi all’aperto, all’aria fredda in attesa che ce li portassero, inoltre erano bagnati, siamo stati ieri sera al freddo completamente nudi (senza esagerare) due ore, si tremava da capo a piedi, per scaldarci ci davamo degli schiaffi l’un l’altro, poi ci diedero del caffè caldo (un surrogato) e ci dissero di arrangiarci per dormire, entrai in una baracca, era una stalla per cavalli, si stava abbastanza al tiepido e caddi addormentato come un sasso, erano le tre di notte passate.

in coda per il rancio
in coda per il rancio

Alle 5 di oggi sveglia, nuova conta (sembra che i tedeschi abbiano una mania per i numeri), poi incolonnati e visita medica, la visita medica si protrae per le lunghe, mi uniscono con altri 150 e veniamo condotti a alloggiare in una baracca.

Così a occhio, il lager (campo) mi pare grandissimo, pressappoco come il parco di Monza. Tutto cintato di rete metallica e filo di ferro spinato, alle entrate ci sono due sentinelle tedesche, su un’antenna sventola una bandiera tedesca e su due colonne vi sono due aquile in legno, ad ali spiegate, sulla sinistra di chi entra nel campo vi è un caseggiato con un campanile: è la prigione del campo.

È una valanga di cose nuove da imparare ogni giorno, compresa quella di masticare l’insalata amara.

Il vitto giornaliero consiste quasi sempre in caffè (acqua) caldo al mattino o the (che sembra un infuso di foglie di tiglio). A mezzogiorno: quattro patate (contate) non sbucciate, un mestolo di orzo bollito, oppure minestra di crauti, rape, a pappina (che sembra colla per attaccare i manifesti) e un filone di pane nero da dividere in quattro. La sera per cena: latte condensato con miglio, oppure un’altra broda di colore verdognolo, un pezzetto di margarina o un cucchiaio di marmellata o miele.

Riassumo:

  • mattino: caffè una tazza
  • mezzogiorno: quattro patate, un mestolo di orzo e una fetta di pane
  • sera: un mestolo di latte con miglio ed un pezzetto di margarina.

Generalmente (se non si è già alzati per l’allarme) la sveglia alla mattina è alle cinque, e ci si lava a torso nudo con un freddo cane, alle sei si parte per il lavoro o l’istruzione, dalle 18 fino alle 21 libertà nel campo alle 21 alle 21 tutti nelle baracche, che si va in branda.

La fame non ci molla, lo stomaco brontola, si tira la cinghia. Oggi giornata nera, il più che soffro è il freddo e da quando sono qui non ho dormito ancora a sufficienza.

Girando nel lager per il bosco ho scoperto un nido di merli e (mi sento un po’ in colpa) ho bevuto le uova che aveva. In baracca si discorre molto tra di noi. Il vitto è scarso però a tratti troviamo l’umore tipico di noi italiani. Abbiamo fatto una canzone che dice così:

Quando nel lager vien giù la sera, ritorniamo a dormir….
sulla paglia si spera, che pur deve finir….
Son lontane le cento città e le nostre mamme son là,
il loro amore come fiamma ci viene a riscaldar …..

Oggi è domenica, siamo andati alla S. Messa in una baracca dove hanno allestito un altare. Il cappellano ci ha rivolto buone parole di fede e di conforto. Quale bene ha fatto anche a me un po’ di preghiera… mi sembra di sentirmi più tranquillo e lieto.
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il lager

Attacco aereo

Domenica 27 Maggio 1944 – È Certamente un caccia americano con stella bianca sulle ali, bassissimo, mitraglia il lager, dietro a lui tre caccia tedeschi sono al suo inseguimento, l’attacco è stato improvviso, il caccia è piombato sopra di noi durante il preallarme (suono; che vuol dire che gli apparecchi non hanno ancora passato il confine; ma sono già stati segnalati) le mitragliere della FLAC tedesche a terra sono sorprese dall’audace e improvviso attacco del caccia americano i tedeschi si sono gettati a corpo morto a terra, noi via di corsa sotto i pini si stava a guardarlo girare.
Mi è toccato scendere nel rifugio coi tedeschi che gridavano per quattro, ho constatato che anche questi super uomini hanno paura di lasciarci la pelle.

GLI AMICI

i commilitoni prigionieri: tra loro tre albiatesi
i commilitoni prigionieri: tra loro alcuni albiatesi

Fra i compagni siamo tutti più che fratelli, nella mia baracca c’è Perego Pietro di Brugherio c’è Lovati Vittorio di Nerviano,
Gecchele Antonio che è di Bergamo, c’è Bocassino il torinese, un ragazzo timido che piange sempre e si dispera, ci sono diversi emiliani quali Campioli Athos di Correggio, Medici, Boraldi Pecorari c’è Faedi mantovano, etc.. siamo tutti amici tutti fratelli ci vogliamo bene.. inoltre in un’altra baracca vicina c’è Casiraghi di Tregasio: ci troviamo tra noi e discorriamo dei nostri paesi.

Oggi noi della baracca 76, non so di preciso come, siamo venuti in possesso di una bicicletta, e il maresciallo tedesco Lutze, quando l’ha scoperta, prima ha urlato poi ha deciso di lasciarcela (anche perché è una carretta arrugginita).

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Ho fatto un giro per il campo, sono a lavorare a Bad Lippspringe nel tornare mi sono fermato in una cantina (specie di osteria) a bere una birra, quando mi sento prendere per il braccio, lo guardo e lo riconosco è uno della cascina Canzi, entriamo nella birreria e beviamo le due birre, lui mi dice che ha fame io lo conduco alla mia baracca dove ho un pezzo di pane, lo taglio in due e mentre mangiamo pensiamo di scrivere a casa anche perché questo mio amico che si chiama Ferdinando non ha ancora ricevuto posta da quando si trova qui. Non so dire la gioia e la contentezza di entrambi ci domandiamo a vicenda un mondo di cose e facciamo progetti per il futuro, sempre che sia possibile ritornare alle nostre case.

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Ricevo una lettera in data 27 – 5 – 44 in cui il mio amico Viganò Mario di Albiate, contrada del Castello mi dice che si trova a Emden da 17 mesi e spera se possibile che abbiamo ad incontrarci…. oggi stesso gli scrivo dicendo che sarà difficile trovarci, però non si sa mai.

Oggi sono solo in baracca, sono tutti al lavoro ed all’istruzione a mezzogiorno, Perego mi ha portato il rancio, è venuto il Casiraghi a trovarmi mi ha restituito la sigaretta che gli avevo dato giorni scorsi, fatte due o tre boccate di fumo l’ho data a Perego che è un fumatore accanito, non ho voglia di scrivere, la ferita alla testa mi fa male, il pensiero corre a casa e mi sento triste.

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Non so proprio che fare per colmare la fame; penso di andare nel bosco a vedere se si può trovare qualche cosa, o raccogliere l’insalata matta.  filo fuori dalla capanna e velocemente mi sono diretto verso il bosco, quando da un sentiero laterale, vengono quattro soldati uno mi ferma e mi dice; “non sei milanese” e mi squadra in faccia, anch’io lo guardo….. mi fa “te se minga del Biaa in Brianza” … ed io subito: “e te, tè se minga de Suvic,” e lui “propri” ci stringiamo le mani commossi e continua a dirmi “questo è del tuo paese” ma io non lo conosco, anche lui stenta un po a riconoscermi, poi mi spiega che è otto anni che è militare è stato preso in Grecia etc… etc… mi dice di dirgli qualche cosa del paese e quei di Sovico comprendendo che abbiamo molte cose da dirci se ne vanno lasciandoci soli: Lui continua a domandarmi notizie del Paese e io gli confido che ho fame Lui è anziano, sa darsi un pò da fare coi tedeschi) si chiama Mantegazza Guerino e mi conduce nella sua baracca e meglio in un piccolo ripostiglio dove ha la sua branda, alza un telo tenda e prende un pezzo di pane nero, quasi un filone, lo taglia e me ne porge un pezzo, (che faccio sparire in tasca) indi mi da un quadratino di miele duro.

Chiacchieriamo ancora per un po’ mi dice; che hanno attentato al Fuhrer e che la guerra finisce presto, ci salutiamo perché lui è chiamato da un suo compagno ed io salgo dove un piccolo cimitero di prigionieri morti nella guerra 15-18 e mangio il pane e miele che mi ha dato.

PARTENZA E RITORNO A CASA

I giorni si alternano alla speranza più rosea ed allo scoramento più triste! Si parte non si parte! Però! Circola aria di partenza…

Ecco l’alba del giorno tanto atteso, veniamo incolonnati e avvicinati al treno ogni vagone ha un numero segnato in gesso, partono pure alcuni nostri compagni convalescenti vengono alloggiati in tre o quattro vagoni migliori degli altri. Alle 10 del mattino il treno è partito, siamo lieti, si va verso il sud, cioè verso l’Italia.

Sto pensando a come sono conciato (non solo io ma anche tutti i miei compagni) e mi prende un vago senso di nausea, magari oltre ogni dire, con le barbe lunghe che negli ultimi giorni non si è potuto tagliarle ed io coi capelli rasi a zero, gli occhi (non solo i miei) che sembrano spiritati, le giubbe rattoppate e spiegazzate i pantaloni che lasciano intravedere le ossa dei ginocchi, muovono pietà e compassione, e parecchi civili ce lo dimostrano, solo nel sorriso abbiamo qualche cosa, che non so, ci fa dimenticare fame sofferenza e tutto, e ci fa lieti, questa cosa è che ci avviciniamo alla nostra terra, al nostro sole che non ha uguali.

Quando il treno si ferma molti saltano a terra e la baciano, un sergente che da otto anni è via abbraccia una vecchia signora del Trentino come avrebbe abbracciato sua madre.

Quali brividi dà il momento del ritorno: come a chi, da una nave che è stata sulla burrasca, vede vicino la terra il porto di sbarco”.

Conclusione.. il ritorno
Conclusione.. il ritorno

Elvezio… il respiro dell’amicizia

Elvezio Pelucchi
Elvezio Pelucchi

Lo conobbi un martedì sera di tanti anni fa, mentre con Pio si stava bonariamente disputando la famosa poltrona ricoperta dal telo a piccoli quadretti nella sala del don, durante l’incontro-catechisti settimanale, in cui si presentavano le lettere pastorali del Cardinal Martini da mettere in pratica nella vita parrocchiale…

In quell’occasione, come in molte altre, fu lapidario nel concludere: “ci ingegniamo per tante cose… ma ai ragazzi devi solo far conoscere che Gesù è un amico!”.

Elvezio e la moglieQuella frase, che porto ancora stampata nella mente più che cento incontri e conferenze, è stata davvero il motore della bicicletta di Elvezio nel girovagare per le strade non solo del nostro paese, ma della vita sua e delle tantissime persone che ha incrociato.

Le parole di Elvis erano davvero “vive, efficaci, più taglienti di ogni spada a doppio taglio” (Eb. 4, 12), perché nulla con lui era scontato, banale o ripetitivo, ma tutto doveva esser nuovo e rinnovato in nome di quell’amicizia che, per lui, era sempre sacra…

Elvezio

Da quel martedì ho avuto modo di incrociare tante volte quest’amico, allora catechista e animatore dei ragazzi della classe 1972, che sono rimasti legati a lui come a un papà-amico, sempre disposto ad ascoltare e a condividere istanti, dall’incontro del venerdì sera alla mangiata insieme ai Crotti, alle quattro chiacchiere su una panchina, all’abbonamento allo stadio per quel Milan che lo faceva fremere!!!

 

Elvezio era vera immagine dello Spirito… era respiro, soffio, brezza, vento gagliardo e impetuoso, tornado!

Eh sì… Così, dopo quel martedì, l’ho visto tante altre volte muoversi come un tornado… L’ho incrociato alla mattina presto mentre girava per il paese a consegnare a domicilio riviste e avvisi di qualche associazione o il quotidiano Avvenire,  l’ho ritrovato all’oratorio a pulire spogliatoi e bagni o a preparare la spaghettata per i ragazzi dell’oratorio feriale, a consegnare in qualche casa teglie di lasagne da lui appositamente cucinate, a distribuire di sera in qualche casa pacchi di alimenti, secondo quella sua charitas discreta di manzoniana memoria, che nel tacer pudico accetto il dono fa…

L’ho rivisto vento gagliardo… ogni volta che si discuteva delle cosiddette istituzioni o delle associazioni, di cui non voleva – da vero spirito libero – far parte stabilmente, ma per le quali si spendeva indistintamente, senza badare a colore o schieramento, sempre comunque nel nome di “amici” che nel suo credo venivano prima di ogni altra classificazione.

E così l’ho visto collaborare insieme a Marzia alla nascita della Scuola di Italiano per gli stranieri, ma anche alle numerose iniziative della sua amata Colico, non ultima l’animazione nella convivialità delle coppie che si preparavano al matrimonio.

Perché Elvezio era così: lanciava, avviava…poi lasciava spazio, come chi chiede all’amico di aprire le porte della sua casa e poi lo lascia lì, sulla soglia, perché possa continuare a sperimentare sempre, anche da solo, il sapore dell’altro…

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L’ho intravisto ancora come una brezza leggera… ogni volta che ti raccontava delle sue esperienze, dalla gioventù fino all’oggi, dall’organizzazione di cineforum alla passione per il gruppo musicale dei Nomadi e per le passeggiate in montagna con gli amici e con i sacerdoti, della sua famiglia e delle sue figlie Giulia e Maria e dei loro percorsi di studio e di crescita…

Senza renderla mai pesante, Elvezio amava la “cultura” del cuore, che toccava svariati ambiti: poteva da un momento all’altro consegnarti fotocopie di un corso intensivo sul “Concilio dei Giovani” tenutosi ad Asola negli anni ’70, un testo della comunità di Bose oppure l’ultimo libro di Davide Van de Sfroos, che magari si metteva a leggere proprio lì, in Chiesa, mentre un incontro o un’omelia non riuscivano a trasmettergli quella verità che in quel momento stava ricercando…

Amava vagare per i luoghi del suo lago, ma anche per i musei e per le Chiese di Milano, sempre informato e interessato a conoscere autori ed opere d’arte, sempre con i suoi giudizi taglienti ed efficaci per evidenziare quando a volte “la parola Arte” gli sembrava sottrarre spazio alla parola “Uomo”.

 

L’ho percepito come un soffio lieve… ogniqualvolta doveva dirti un “grazie” anche senza motivo: ed allora si presentava a casa tua con una cassetta di frutta dell’orto, con un libro, con un oggetto sempre diverso e sempre originale che ti lasciava stupito, perché sempre azzeccato…

Una pietra incisa raffigurante un angelo custode, un vestito originale per i bimbi e per le bimbe, un libro che non si riusciva a trovare da nessun’altra parte… la danza del dono di Elvezio non prevedeva contraccambio.

E a lui piaceva donare – soprattutto agli ultimi e a coloro che vivevano qualche difficoltà – soprattutto tempo e parole, beni inestimabili.

elvezio_6Nel 2013, attribuendogli il Premio San Valerio, l’intera comunità Albiatese aveva riconosciuto in lui una risorsa importante e nascosta.

“Fervente sostenitore dei valori più alti della vita, della famiglia e dell’amicizia egli si è reso particolarmente vicino, con spirito di disponibilità e di altruismo, agli ammalati, ai ragazzi e ai giovani sapendo coltivare i rapporti umani con costruttivo dialogo. Prezioso il suo apporto di volontariato nell’ambiente oratoriano e nei confronti delle persone straniere che si trovano nella necessità di apprendere la nostra lingua.

La sua lineare testimonianza  di servizio, che perdura nella generosità e gratuità, merita di essere segnalata a conferma di come ciascun cittadino con il suo discreto ma convinto contributo può rendere migliore e più serena la convivenza sociale garantendo alla stessa un  futuro più umano e solidale.”

Perché, del resto, ad Elvezio piaceva anche donare i suoi sogni per l’avvenire: una tenda della condivisione da realizzarsi sulla pubblica piazza (perché nella vita non ci si deve rintanare), cene di condivisione con i lontani e gli stranieri (perché se si condivide si moltiplica), orti di condivisione coltivati a più mani e messi nelle mani di bambini (perché dalla terra nasce l’uomo)…

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L’ho colto come un respiro… allorché, come ha ricordato anche un suo amico sacerdote, era solito ripetere che la preghiera non poteva essere una penitenza da assegnare al termine delle confessioni, ma il respiro dell’anima, che, se mancante, avrebbe provocato la morte dell’uomo.
Negli ultimi tempi anche la sua voce affievolita lasciava intravedere che quella sua affermazione la stava vivendo su di sé ricercando nei suoi “momenti di deserto” quel respiro dell’anima che poteva ancora dargli voce…

 

Una domenica mattina soleggiata dello scorso settembre sono passato a rivedere Elvezio: era circondato solo da bellissimi fiori su cui si posavano api in cerca del nettare, pronte a recuperare il polline da trasportare di pianta in pianta…

 

Poco istanti dopo essermi allontanato, ho rivisto avvicinarsi attorno agli stessi fiori alcuni suoi ragazzi del ’72 e alcuni suoi amici milanisti, che, prima di andare al consueto raduno settembrino ai “crotti”, erano passati a salutare la loro “guida”…, api pronte a trasportare di nuovo quel polline di un ricordo fecondo di pianta in pianta!

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Al soffio lieve di questi ricordi, vuoi condividere anche tu il respiro di qualche aneddoto o episodio particolare vissuto con l’amico Elvezio?

Buon compleanno Don Bruno!!

Oggi, 22 settembre, don Bruno Molinari compie gli anni…

E’ stato bello condividere con lui ad Albiate tanti momenti… dall’inizio alla fine della sua permanenza in paese…

La sua prima “predica” ad Albiate il 28 agosto 1976 (dal quaderno de Il Cittadino della Domenica “il mio oratorio”)

Un breve ritratto… alla sua partenza da Albiate (dal testo di G. Sala)

Un po’ di foto che ci riportano indietro negli anni…

Vuoi fare gli auguri a Don Bruno?… puoi scrivere un commento qui sotto o inviargli una mail al suo indirizzo ufficiale di Monsignore a Seregno:

monsignore@basilicasangiuseppe.it

Sicuramente ne sarà felice… parola di Macchie Rosse!

Albiatesi a Milano tra XIII e XV secolo: continua

Da PETRACIUS a GUIDOTUS, GUILLELMUS, AMBROGIUS… (casi esemplari fra appartenenze religiose, incarichi civili e commercio della lana)

Il frate umiliato Petraçius aveva rappresentato nel XIII° secolo una delle prime esperienze di trasferimento di nostri concittadini verso la città di Milano, non certamente l’unica.

Anche altri personaggi albiatesi si inurbarono sul finire del ‘200, dapprima arrivando ad assumere importanti funzioni amministrative e civili all’interno delle affermatesi istituzioni comunali, successivamente rivestendo uffici ed incarichi politici a nome delle signorie viscontee e sforzesche.

Un nostro concittadino, tal Guidotus de Albiate, venne chiamato nel 1284 (si veda l’atto del 24 maggio di quell’anno, conservato in ASMi, Perg., Monastero Vetteri, cart. 528) a partecipare al consiglio dei “Sei della Camera” del Comune di Milano (sex presidentes rationibus et defensionibus comunis Mediolani) ed in quella veste fu più volte interpellato per la risoluzione di controversie finanziarie sorte fra la municipalità milanese ed i suoi debitori e creditori.

Si trattava senza dubbio di un ufficio particolarmente rilevante, dal momento che questi sei funzionari (nominati uno per ciascuna delle porte attraverso le quali si accedeva alla città), affiancati nel loro operato da due notai, avevano il  compito di registrare le entrate del Comune su sei appositi registri, badando sia a non procedere – se non dopo averne fatto annotazione nei propri libri contabili – ad alcuna liquidazione di somme di denaro a creditori, sia ad impedire che cittadini milanesi facessero prestiti a persone e Comuni posti fuori della giurisdizione di Milano (ed alimentassero così la potenza di città nemiche).

Curatore degli interessi finanziari del capoluogo lombardo dovette allora essere l’albiatese Guidotus in quei sei mesi (tale era la durata del mandato) in cui detenne la carica, ma non solo…

I “Sei della Camera”, infatti, erano tenuti a custodire gli Statuti e gli ordinamenti della città, ad adoperarsi perchè il podestà, i consoli e gli altri officiali li osservassero, ad essere, pertanto – per quanto fosse nelle loro possibilità – sentinelle di libertà per il popolo in un’epoca in cui le rivalità fra gli esponenti delle famiglie dei Della Torre e dei Visconti continuamente laceravano il tessuto sociale della vita cittadina.

Accanto a Guidotus meritevole di citazione appare in questa sintetica ricognizione degli Atti del Comune di Milano (M.F. BARONI, R. PERELLI CIPPO, Gli Atti del Comune di Milano nel secolo XIII) anche Guillelmus de Albiate, forse figlio di tal Gallinus, che in Milano rivestì cariche giuridiche a partire dal 1263, ora come notaio addetto alle sentenze della Camera di porta Vercellina e di porta Ticinese, ora con la denominazione di notaio e scriba della camera di palazzo del comune di Milano (nei documenti degli anni 1266-1267), ora in qualità di consul pro iudice Mediolani (5 aprile 1272). 

Ma le fortune degli Albiatesi nell’amministrazione del capoluogo lombardo dovettero continuare anche nei secoli successivi con l’avvento delle signorie viscontea e sforzesca.

Se prestiamo fede ai dati fornitici da C. SANTORO, Gli offici del comune di Milano e del dominio visconteo e sforzesco (1216-1515), Ambrogio da Albiate agli inizi del XV°secolo e fino al 1405 (quando, alla sua morte, venne sostituito da Apollonio de Polla) fu uno dei notai dei malefizi collaborante con i due giudici addetti alle cause criminali. Quest’incarico, in precedenza assegnato dal Podestà della città, al principio del ‘400 era messo all’asta e dato quindi al miglior offerente.

Sufficientemente ricco (o comunque abbastanza importante nel contesto sociale) da permettersi questa carica fu probabilmente Ambrogio che venne scelto anche perché, come richiesto dagli Statuti cittadini, “straniero” alle lotte fra le fazioni cittadini o comunque gradito al Signore regnante.

Tra i suoi compiti a Milano: la redazione, la sottoscrizione e la registrazione degli atti inerenti ai reati commessi dai criminali dell’epoca, la notificazione ai rei delle accuse presentate contro di essi, affinché provvedessero alla propria difesa nel termine di tempo concesso dalla legge, l’inoltro dei mandati di sequestro di merci nei confronti di debitori insolventi.

Appartenente ad una famiglia di cospicua stirpe dovette essere anche il nobile uomo Simone da Albiate, che, nominato podestà di Crema nel luglio 1439, dopo un periodo di vicariato di sei mesi del dottor Lombardo de Millio, assunse la suddetta carica nel 1440, conservandola fino al 1444 (quando fu sostituito da Nicolò de Giorgi). Forestiero, scelto verisimilmente – secondo consuetudine – fra le famiglie più ricche e più nobili delle città alleate o amiche della Signoria che regnava su quei territori, Simone si dedicò all’amministrazione della giustizia sia civile che penale (con potere anche di condannare a morte) nella città di Crema ed in parecchie pievi circonvicine, mantenne a sue spese la corte, svolse funzioni di rappresentanza del Signore in un’epoca in cui la figura podestarile aveva ormai perso molti dei suoi poteri reali ed era assurta a mera “carica di prestigio”.

Ma famiglie provenienti da Albiate si trasferirono in Milano anche per impegnarsi in una delle attività maggiormente diffuse nel capoluogo e nel contado in quegli anni: la lavorazione della lana.

Con il perfezionamento della tecnica della lavorazione dei panni e con la diffusione di quest’arte, fra XIII° e XIV° secolo si venne progressivamente affermando una classe intermedia tra i grandi importatori di lana e gli artigiani: erano i mercanti-imprenditori che acquisivano dal grossista la materia prima, l’affidavano per la lavorazione ad operai specializzati e poi si impegnavano a portare sul pubblico mercato il prodotto finito, definendo opportunamente i prezzi.

A questa categoria, che già dal 1330 (ma forse anche prima) in Milano si era distaccata dalla “società dei grandi mercanti” ed aveva assunto una normativa statutaria autonoma per la propria attività, si affiancarono con la fine del secolo alcuni gruppi di lavoratori che erano riusciti a costituire delle corporazioni a sé stanti.

Un esempio di queste prime forme di cooperazione, nate dalla volontà di tutelare i propri interessi e di svincolarsi dai rigidi legami imposti dai grandi imprenditori, fu la “Società dei mercanti di lana sottile”, cui si iscrissero il 16 dicembre 1406 anche i fratelli Andriolus, Girardus, Aluysius e Donatus di Albiate.

Figli del defunto Zillio, residenti nella parrocchia di San Bartolomeo entro la cerchia cittadina, abbastanza ricchi da versare un deposito per l’iscrizione alla Società, i fratelli albiatesi in quella data diedero garanzia di esercitare fedelmente l’arte della lana e si impegnarono a rispettare gli statuti dei mercanti. Con il consenso dei vertici associativi registravano quindi in uno dei sette registri della matricola cittadina il proprio nome ed il marchio – mai da mutarsi nella figura e nella forma – che avrebbero apposto alle stoffe da vendersi sui mercati del capoluogo ed extracittadini (cfr. C. SANTORO, La matricola dei mercanti di lana sottile di Milano, p.45).

Uomini di fede, amministratori capaci della cosa pubblica, esperti lavoratori erano dunque gli Albiatesi del mondo medievale inseriti nella vita cittadina milanese.

Come i nostri contemporanei?

 

Sei originario di Albiate e ti sei trasferito a Milano? Ci vuoi raccontare la tua storia?

Sei originario di Milano e ti sei trasferito ad Albiate? Come ti trovi?