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Un’albiatese illustre

Può aver incuriosito gli albiatesi leggere l’annuncio della scomparsa di Giuseppina Ferrario, riportante la carica di “Cavaliere Ufficiale al Merito della Republica Italiana”.
Chi era questa cittadina illustre e come è arrivata a ottenere questa importante onoreficenza?

Giuseppina Ferrario, che viveva a Dundee in Scozia, è mancata mercoledì 31 gennaio.
I funerali sono stati celebrati nella cattedrale di Dundee venerdì 16 febbraio, e nello stesso giorno una messa in suo ricordo è stata celebrata nella chiesa san Giovanni Evangelista di Albiate.
Giuseppina Ferrario, nata a Monza e vissuta per anni in via Gorizia a Albiate, per motivi di lavoro si era trasferita con il marito Pierantonio Carena e la famiglia prima in Irlanda e successivamente in Scozia.
Con i figli è tornata in varie occasioni a salutare i parenti rimasti in Italia, in particolare il fratello Luigi, sua mamma Maria, e il papà Amedeo.
La cara Giuseppina ha lasciato quattro figli: Amedeo che ha sposato Pauline e ha due figli: Innocente e Claudia, Mario che ha sposato Wendy, Pierluigi, e la figlia Maria Pia che ha sposato Ian.

Durante la sua permanenza in Scozia è stata Agente Consolare Onorario dal 1976 fino al 1993 per l’Italia.
Proprio per la sua importante attività a supporto della Comunità Italiana in Scozia ed Irlanda del Nord durante il suo lungo mandato consolare, nel 1994 le è stata conferita l’onorificenza di Cavaliere Ufficiale al Merito della Republica Italiana.
Durante questo periodo, e anche dopo che si è ritirata dal ruolo onorario di Agente, ha fatto parte come membro e presidente di vari Comitati Italiani in Scozia.
Nel 2011, dopo che si era ritirata dai comitati, dal Consolato di Edimburgo ha ricevuto una targa onorifica con la dedica ” Grazie per quanto ha fatto per la Communità Italiana in Scozia – con gratitudine”.

Presentazione dell’onoroficenza da Giancarlo Izzo, Console Generale per la Scozia e Irlanda del Nord.


Il conferimento dell’onoreficenza.


La festa per il compleanno di Giuseppina Ferrario

Padre Angelo Vergani: missionario albiatese

padre Angelo Vergani

 

 

 

 

 

 

 

50 anni fa, nel mese di febbraio 1968, il giorno 23, moriva Padre Angelo Vergani.
Nel corso dei decenni successivi fu più volte ricordato ad Albiate…

Nell’agosto del 1988 (nel giorno di san Fermo!) veniva posta una lapide commemorativa presso la casa natale di padre Angelo in via San Valerio all’altezza del civico nr. 5.

Riportiamo qui un articolo di Remo Canzi su Padre Angelo tratto da Il Bollettino di San Fermo dell’aprile 1968

Il suo profilo biografico (scritto da un confratello, fino al giorno della sua morte) è stato pubblicato su Il Vincolo, Gennaio Marzo 1968 e liberamente ridotto su Il Cittadino della Domenica del 25 Febbraio 1978)

In un articolo de “I Quaderni” de Il Cittadino del 27 Agosto 1988 vi è un altro bel ricordo in occasione della posa della lapide in Via San Valerio.

 

Padre Angelo fu il primo missionario albiatese in una Cina allora (1931) davvero lontana. Sarebbe bello vedere che frutti hanno dato i semi che lui aveva piantato… 

Il Carnevale del 1988

Per farne di tutti i colori” ….

tema carnevale 1988

era il tema del Carnevale di 30 anni fa.

Vi proponiamo la cronaca di quel giorno del 1988 con un …

Articolo de “Ul Lanternin” e la fotocronaca (ca 30 foto) di quella colorata edizione…

 

Buon carnevale 2018 a tutti!!!!!

 

Ps: già due anni fa avevamo pubblicato qualcosa sui Carnevale del passato…. vedi

http://www.ubisuntalbiatenses.it/2016/02/14/dal-falo-al-carnevale-ogni-ricordo-vale/

 

E voi?  Avete qualche bel ricordo dei Carnevale del passato o qualche notizia su quello del 2018?

Una canzoncina albiatese degli anni 30

–>>  Canzone anni 30 de ‘lbià e de Rancà <–

“carpita” a Enrico Castelli al Falò 2018 all’Oratorio di Albiate…

Testo liberamente trascritto

Gibilì Gibilò dam la paia (paglia) de fa ul falò
ul falò l’è gemò fà,
dam la paia dell’an passà.

L’è brusà tut Rancà.
A caval in riva ‘lBià   (vicino ad Albiate)
tuc (tutte) i don (le donne) caregnaven (piangevano)
e gli asnet (asini) spetegiaven,
spetegiven per quaicoss
che tut i don casciaven ul goss (singhiozzavano).

Goss goss per (pere) e goss,
pere e fic,
capitani di furmic,
capitani de la guera,
quant l’è cioc (ubriaco) al borla (cade) in tera.

El fioca, bagnerem la soca (la gonna lunga)
e bagnerem ul sutanin (sottana),
disarem che l’è sta Pepin

Pepin di Verzè
quant al vor al lava i pé,
quant al vor al lava i man,
Pepin de Milan.

(Pepin di Verzè è un personaggio di fantasia che coltivava le verze lungo i rivoni del Lambro, fra Albiate e Rancate).

Qualcuno conosce qualche altra canzoncina o storiella su Albiate? Sarebbe bello chiedere ai nostri nonni se hanno qualche bel ricordo da tramandare…..

Ci proviamo?

Intervistiamo, filmiamo, pubblichiamo le testimonianze di Albiate…..

Anacleto e Amedeo… che morirono a Mauthausen

Storie quotidiane di Albiatesi nella Grande Storia del Novecento – estratto

albo_di_gloriaSessant’anni fa, Il 26 maggio 1957, come in un sacrario, venivano poste nel Santuario di San Fermo, nella cappella di destra, due grandi cornici marmoree che ricordavano i nomi dei caduti e dei dispersi albiatesi durante il secondo conflitto mondiale (vd. immagine riprodotta in  G. SALA, Albiate, dal Dopoguerra all’inizio del nuovo millennio, p. 333).

La collocazione delle due epigrafi avveniva all’interno del medesimo luogo in cui si venerava la bella tela ad olio dell’Ecce homo, la cui storia di “reduce dall’Albania” è stata con acribia ricostruita da Giancarlo Perego, in un articolo pubblicato su “il Cittadino” del 25 aprile 1992 e riproposto sul volume unico Sagra di San Fermo 2015.

Fra i 14 dispersi (12 in Russia, 1 in Grecia e 1 in Libia) e i 17 caduti menzionati nelle cornici suddette, attirano fra gli altri l’attenzione i nomi di Colombo Anacleto e di Frattini Amedeo, deceduti rispettivamente nel 1944 e nel 1945, a Mathausen (sic), in un campo di concentramento tristemente famoso, in cui trovarono la morte quasi 130.000 persone (5750 italiani).

Aperto nel 1938, il campo di Mauthausen-Gusen era classificato di “classe 3” (come campo di punizione e di annientamento attraverso il lavoro) ed in tale località lo sterminio venne attuato attraverso il lavoro forzato nella vicina cava di granito (accessibile solo attraverso i 186 gradini della scala della morte), mediante la consunzione per denutrizione e stenti e, da ultimo, per mezzo di alcune camere a gas (ordinariamente utilizzate per le esecuzioni di “indesiderabili”, per i deportati inabili appena arrivati o per eccedenze fisicamente ridotte alla fine, selezionate per far posto a manodopera nuova).

Ma perché gli Albiatesi Anacleto e Amedeo finirono in quel campo?

Ci lasciamo guidare in questa ricerca innanzitutto dal racconto di altre lapidi e sculture, in cui è stata raccontata la vicenda di centinaia di deportati, che risiedevano o lavoravano in quegli anni di guerra a Sesto san Giovanni e nei paesi limitrofi.

Questi “elenchi della memoria” sono ormai da alcuni anni consultabili in rete e costituiscono preziosa testimonianza di “eroi anonimi che hanno creato la storia” (J. Fucik).

Anacleto

Colombo Anacleto Giuseppe era nato a Albiate l’8 febbraio del 1900 e risiedeva in paese, in Via Roma, 11. Lavorava come manovale alla Falck Vittoria e quotidianamente si trasferiva per lo svolgimento della sua mansione in fabbrica nella città di Sesto.

La notte del 28 marzo 1944 venne arrestato in casa e rinchiuso nella caserma di Carate Brianza: da lì fu trasferito nel carcere di San Vittore a Milano e dal 31 marzo fu relegato nel braccio tedesco, uno dei “raggi” dell’Istituto penitenziario, che, durante il periodo bellico (1943 – 1945), fu soggetto alla giurisdizione delle SS.

Un tribunale germanico giudicava allora i cittadini italiani secondo i regolamenti tedeschi: i detenuti, appena conosciuta la loro sentenza, anche se innocenti, venivano inviati per il servizio del lavoro in Germania se ritenuti idonei, ai campi di concentramento se gravemente compromessi nelle condizioni di salute.

Un nuovo trasferimento condusse così Anacleto alla caserma Umberto Primo di Bergamo, da cui partì il 05 aprile 1944 alla volta di Mauthausen, ove giunse il giorno 8 dello stesso mese.

Anche a lui, come a tutti i prigionieri, fu assegnato un Häftlingsnummer, un numero di matricola, che sostituiva il nominativo degli internati ed era riportato sulla divisa, scritto in nero su stoffa bianca, posto all’altezza del cuore e al centro della coscia destra (talvolta riprodotto anche su una placchetta di latta da portare al collo o al polso).

Anacleto perse il suo nome e divenne così la matricola n. 61615.

L’Albiatese venne, infine, internato a Gusen, sottocampo a cinque chilometri di distanza da Mauthausen, dove morì il 13 ottobre 1944, dopo 6 mesi di permanenza in questi luoghi dell’Alta Austria a 25 chilometri da Linz, dove i prigionieri erano costretti a lavorare anche per 24 ore consecutive, fino al totale sfinimento, poiché detenuti (per la maggior parte maschi adulti, antinazisti) considerati soggetti irrecuperabili, impossibili da rieducare, solo da distruggere psicologicamente e fisicamente.

Amedeo

Frattini Amedeo era nato a Varese il 20 marzo 1901 ed era residente in Albiate, in Via Marconi 28. Lavorava alla Falck Unione reparto OMEC (Officine Meccaniche), come aggiustatore meccanico.

Anch’egli venne arrestato in casa, di notte, nella stessa retata del 28 marzo 1944.

Le caserme di Carate e Bergamo furono anche per lui le tappe intermedie, prima della partenza per Mauthausen, laddove sarebbe diventato la matricola n. 61640.

Amedeo morì il 24 aprile 1945 insieme ad altri 128 internati (24 dei quali Italiani) giustiziati nella camera a gas di Mauthausen e bruciati negli annessi forni crematori.

Le camere a gas erano presenti a Mauthausen, nel Castello di Hartheim e nelle baracche di Gusen; i tre forni crematori nel campo avevano la caratteristica particolare di un’apertura/bocca molto piccola, dimensionata per l’introduzione di scheletrici corpi delle vittime, ridotte a poche decine di chili di peso.

L’ingegneria nazista li aveva progettati con l’intento di economizzare al massimo anche le spese dello sterminio, per essere usati alla fine del ciclo di distruzione del prigioniero ridotto a una sottile sagoma, garantendo un elevato risparmio sul tempo di cremazione e sulle spese di costruzione, di gestione e di combustibile di questa assurda macchina di morte.

Amedeo fu ucciso il 24 aprile 1945, il lager di Mauthausen, ultimo fra i campi nazisti, fu raggiunto sabato 5 maggio 1945 dalle avanguardie della 3ª Armata americana, guidata dal generale Patton, che, entrando nel campo, trovò cataste di morti e 16.000 deportati ancora vivi (dei quali circa 3.000 morirono di stenti subito dopo la liberazione).

Nel mese di aprile del 1945 le SS avevano cominciato la distruzione dei documenti e lo sterminio totale dei prigionieri. Secondo ordini precisi del Reichsminister Himmler e dell’Obergruppenführer SS Kaltenbrunner al comandante del campo Ziereis, Mauthausen e Gusen dovevano scomparire, prigionieri inclusi.

L’ordine dovette valere anche per Frattini Amedeo, che per pochi giorni non riuscì a riassaporare la libertà persa un anno prima.

Ma quale colpa pagarono i due Albiatesi?

Con efficace descrizione e minuziosa precisione, una ricerca guidata da Giuseppe Valota (consultabile anche in internet http://www.deportati.it/static/pdf/TR/1997/aprile/10.pdf) ci racconta che la loro morte fu il “prezzo degli scioperi” che i lavoratori della Breda, della Pirelli, della Falck e di altre industrie sestesi attuarono fra l’1 e l’8 marzo 1944, andando incontro alla durissima repressione tedesca.

Lo sciopero generale vissuto nel Nord Italia dall’1 all’8 marzo 1944 costituì  l’atto conclusivo di una serie di agitazioni cominciate, in forme e modalità diverse, già nel settembre 1943, all’indomani della costituzione della Repubblica Sociale Italiana e dell’occupazione tedesca, e sviluppatesi soprattutto nei mesi di novembre e dicembre di quell’anno.

Lo sciopero del marzo 1944 non fu solo di tipo economico-rivendicativo o per il miglioramento delle condizioni salariali (attraverso la richiesta di aumenti) o della situazione alimentare, ma ebbe connotazioni politiche, intendendo mettere in discussione l’assetto politico-istituzionale del Paese.

A Milano gli scioperanti furono 119.000 nell’arco di cinque giorni, a Torino 32.600 per tre giorni.

Con intento di rappresaglia e di punizione esemplare, Hitler ordinò di deportare in Germania il 20% degli scioperanti.

L’ambasciatore tedesco presso la Repubblica Sociale, Rudolph Rahn, calcolò che tale percentuale corrispondeva a 70.000 persone.

Da Sesto San Giovanni e paesi limitrofi duecento lavoratori – in prevalenza operai  ma anche ingegneri e impiegati, capisquadra e capitecnici – furono in quei giorni deportati in Germania, quasi sempre senza interrogatorio e senza un’accusa.

Molti i giovanissimi, molti di più i lavoratori fra i 30 e i 40 anni, un gruppo di uomini anche oltre i 50 anni: essi non vennero arrestati in fabbrica ma nelle proprie case, di notte, lontano da possibili sedizioni e rivolte di massa.

In quei mesi convulsi, della Falck Victoria, dove lavorava Anacleto, furono 14 i deportati e ne sopravvissero solo due; della Falck Union, sede di lavoro di Amedeo, furono arrestati 41 lavoratori, 25 dei quali morirono nei campi di concentramento.

Furono 51 gli arresti di quella retata del 28 marzo 1944, che coinvolse gli Albiatesi.

La partenza da Bergamo del 05 aprile, con il Transport n. 35 (si veda anche I. TIBALDI, Compagni di viaggio, Franco Angeli, Milano 1994), avvenne forse su un carro-bestiame piombato: almeno 75 i deportati complessivi.

Con quel vagone vennero trasportate anche otto donne che furono immatricolate successivamente a Auschwitz.

Un destino comune attendeva tutti loro: essere cancellati “da una storia” che non condividevano e contro la quale si erano rivoltati.

Annullati nel momento dell’ingresso al campo con un numero di matricola, la memoria e il nome di Anacleto (nell’Albo di gloria del Santuario di san Fermo a Albiate, nelle memorie dell’Istituto di Storia della resistenza e del movimento operaio, in una lapide Falck all’ingresso dello Stabilimento Vittoria, sul lato destro della lastra in metallo del  Monumento eretto presso il Cimitero nuovo di Sesto, in Piazza Hiroshima e Nagasaki,  http://lombardia.anpi.it/media/blogs/lombardia/2010-12/5_LAPIDI_CIMITERI-20_12_10.pdf) e di Amedeo (nella cornice marmorea albiatese, nella scultura all’ingresso di via Mazzini della Falck Stabilimento Unione, nella lapide Falck stabilimento Unione reparto Officine meccaniche, sul monumento predetto al Cimitero Nuovo di Sesto), insieme a quello degli altri deportati, continuano a sopravvivere a imperitura memoria di “eroi anonimi che hanno fatto la Storia” anche per il Nostro Paese.

Leggete anche gli interessanti commenti a questo articolo… e contribuite anche voi a scrivere la memoria di Albiate

Raffaele Cazzaniga: da Vittorio Veneto al campo di concentramento

Ho accolto con piacere la notizia che sarebbe stato pubblicato su questo sito l’articolo che scrissi nel 1995 per le pagine de “Il Cittadino”, in cui raccontavo le vicende vissute dal giovane soldato albiatese, Raffaele Cazzaniga, durante il secondo conflitto mondiale. Rimettere nuovamente a disposizione dei lettori queste sue brevi memorie permetterà, soprattutto ai più giovani, di conoscere la sua intensa e forte esperienza, di riflettere su quanto accadde in quegli anni e, magari, di non dare più per scontato il periodo privilegiato che stanno (e stiamo) vivendo, anche grazie al contributo di uomini come Raffaele. Sapremo allora, ancora di più, apprezzare i nostri nonni, considerandoli un dono prezioso da guardare sempre con occhi pieni riconoscenza.

Grazie ancora Raffaele!

Emanuele Colombo

Articolo de “Il Cittadino” del 18 Febbraio 1995

Un ringraziamento ad Alberto Farina e Samuele Corbetta per aver recuperato e digitalizzato questo articolo

Mamma, Franco va e torna

Gianfranco e Maria Ghezzi - 2000
Gianfranco e Maria Ghezzi – 2000

Tra le persone che compaiono, a distanza di anni, nei ricordi e nei racconti albiatesi, nelle chiacchere delle persone e sulle pagine locali di Facebook, c’è Gianfranco Ghezzi, da tutti chiamato “Cecòt”, per anni titolare del bar e dell’edicola nel centro del paese.

Benvoluto da tutti per la sua affabilità, tifoso sfegatato dell’albiatese, “giornalaio giornalista” perchè spesso, oltre a vendere i giornali, ne riferiva le notizie più importanti, era riconosciuto da tutti per il suo cappello, indossato sempre.

Gianfranco Ghezzi visse gli anni della seconda Guerra Mondiale da soldato prima, e da prigioniero poi. Arruolato nella Divisione San Marco, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 venne deportato insieme a molti altri soldati italiani in Germania.

Qualche anno più tardi, quando la guerra era ormai lontana, Gianfranco scrisse un resoconto di quegli avvenimenti su un’ agenda bianca, datata 1959, conservata in una cassetta di legno, che in precedenza aveva contenuto bottiglie di vino.

Ritrovato dalle figlie, Eugenia, Emanuela e Elisabetta, il suo diario è stato pubblicato con il titolo Mamma, Franco va e torna (Limina Mentis editore, 2013).

Sono pagine che raccontano, con estrema semplicita’, i giorni di prigionia vissuti in Germania; il diario permette di rivivere, data la sincerita’ nell’esprimere i sentimenti di quei giorni, lontano dai propri affetti, sorretto solo dalla fede dall’amicizia dei commilitoni e dal pensiero dei suoi cari, non solo la vicenda personale di Gianfranco, ma anche quella dei soldati italiani prigionieri in Germania.

IL DIARIO

il Diario
il diario

“Avendo trovato, tra altre cianfrusaglie, il taccuino che avevo nel lager tedesco e sul quale ci sono segnate le note degli avvenimenti che mi capitarono nei giorni che trascorsi in Germania, mi ha fatto pensare al modo di unire le mie note con qualche impressione rimastami su tale periodo di tempo.

Inoltre trovandomi questa agenda per le mani che ha spazio ed essendo qui all’edicola dove c’è poco da fare per passare il tempo ho deciso di trascrivere qui una specie di diario di quei mesi. Io non sono uno scrittore e nemmeno un maestro di scrittura; ciò che scrivo, lo copio scritto, così alla buona, come mi viene e un poco scarno come dal mio diario; ricordando però che le impressioni che provai allora sono incancellabili dall’animo mio.

Comincerò col dire che ora a ripensarci in una stanza pulita con i mobili ben disposti alle pareti, un interruttore per far luce appena scendono le prime ombre della sera, a ripensarci ora, che posso scendere comodamente dinanzi ad un tavolo a far colazione….. che la mattina posso mettermi una camicia pulita, e scegliere una cravatta che s’intoni col colore del vestito, e la sera a lasciare aperta la finestra con la luce accesa (senza pericolo per l’oscuramento) che basta far quattro passi per trovarmi fra la gente per bene e per sentire parlare la mia stessa lingua, per udire la musica trasmessa da un apparecchio radio: a ripensarci ora quasi stento a credere che quelle giornate trascorse nel lager (campo) siano realmente esistite. Ho l’impressione di aver sognato; di aver fatto un brutto sogno, dal quale non ci si possa liberare con una semplice scrollata delle spalle. Eppure la dura vita del lager, la vita da cani, sempre pronti a correre al fischio del sergente o maresciallo tedesco (se no erano giri su giri, o busse) è stata una dura realtà.

Sì perchè anch’io, circa 14 anni fa, ero un interminabile numero sulla giubba del lager tedesco, con la divisa che col passare dei giorni era diventata irriconoscibile, col tessuto consumato e di un colore inspiegabile. Ma i panni erano nulla; il più erano le energie che si andavano lentamente esaurendo (guai se mi avesse visto mia madre in quello stato, Lei che aveva avuto sempre tante cure per me).

Ecco come mi avevano ridotto. A fermarsi un momento col pensiero, ogni parola, ogni gesto, riacquista l’attualità di quei momenti di sofferenza.

Ora è passata!

Ringrazio il signore Iddio e la Madonna che mi tennero sotto la loro benedizione nelle più dure traversie, e san Fermo che viene venerato al mio paese, perchè proprio nel giorno della sua festa, il 9 agosto, io mi trovavo sul treno che tornava in Patria.

DA VERCELLI A PADERBORN

Se si apre un atlante geografico della Germania, sulla sinistra sotto il confine Olandese, c’è

Gianfranco maro' della san Marco
Gianfranco maro’ della san Marco

una regione che si chiama Westfalia: guardando attentamente, vi si trova segnata una città il cui nome è Paderborn, fu là che finì il mio viaggio in una buia sera di oscuramento, per la paura delle incursioni aeree, dopo tre giorni e tre notti di treno, dalla ridente e gaia cittadella di Vercelli a quella che mi apparve come una grigia e tetra città tedesca.

Ma procediamo con ordine, ecco dal mio taccuino le note che scrissi su quel mio viaggio: Sono in branda esattamente le ore 5 scarse, del mattino, si sente gridare… due soldati tedeschi coi mitra sottobraccio urlando a più non posso sono entrati in camerata; sveltamente ci vestiamo e tutti si finisce in cortile. Altri soldati tedeschi non si sa da dove sbucati ci tengono d’occhio, il sole sta spuntando in questa fresca e chiara mattina, siamo come un gregge senza ordini e senza capi, 2 o tremila di preciso non so…… soldati di tutte le armi, in tutte le fogge e divise, di stanza in questa graziosa cittadina del Piemonte. La caserma è quella detta dei “Cappuccini” ed è una specie oramai di un campo di concentramento ed io, o meglio noi, presi, siamo già virtualmente prigionieri dei nostri alleati di ieri.

Siamo avviati in lunga colonna alla stazione per essere avviati in Germania: ecco la lunga sfilata, per le strade di questa cittadina di provincia bella con le sue risaie che la circondano, siamo incamminati; con una stretta al cuore; ai lati della strada soldati e militi della S.S. ci tengono incolonnati e ci minacciano coi mitra e fucili puntati, la gente ci guarda ci commisera, qualcuno piange sento esclamare: “poveri ragazzi li mandano in Germania”.

Noi si va avanti: chi col zaino, chi senza, chi con una valigetta e chi senza il cappotto, in divise che non hanno nulla di militaresco, ci sono giovani imberbi, delle leve più giovani, come me: altri già anziano di anni e di naia.

Il treno arriva a marcia indietro e tutto composto di carri merci e bestiame, vagone per vagone, venivano fatti salire, in quaranta per volta. I portoni si chiudono le sbarre si abbassano, nella garitta del frenatore prende posto un soldato tedesco, ed ecco precisamente 10 minuti prima di mezzogiorno il treno si muove.

Mah!…. Che Iddio ce la mandi buona. Passano le risaie,passano le campagne i casolari, passa Novara, dove ci siamo fermati un poco per agganciare altri vagoni.

lettera inviata a casa
lettera inviata a casa

Con l’angoscia nel cuore penso a casa e a mia madre e a mio padre, un mio amico che ha una bottiglia di Grappa me la passa e ne bevo un lungo sorso anche se so che rischio di ubriacarmi, perché non sono abituato a berne, ma io non voglio continuare a pensare tutta la notte. Non riesco a dormire, sebbene abbia bevuto un’altra sorsata di grappa, ed il primo chiaro del mattino mi trova che non ho chiuso un occhio.

Incominciamo ad attraversare colli e monti ecco Trento e per più avanti Bolzano, il treno prosegue sempre la sua corsa, sebbene a velocità ridotta ed a ogni giro di ruota ci avvicina al confine.

Dove andremo a fermarci? I pensieri agitano l’animo mio e dei miei compagni. Per scaramanzia, con una matita copiativa scrivo sullo zaino “Mamma. Franco va e torna”: mi sarà di buon augurio? lo spero…..

Sono tre giorni che si viaggia.

Paderbon, ora finalmente sappiamo dove siamo, ecco i sobborghi, ecco la città dal treno ne vedo una parte così di sfuggita, sembra ben messa, vedo un tram una lunga ciminiera si fanno nuovi chilometri la campagna ci riprende ma ecco delle luci il treno ha rallentato e fermo un cartello in questa stazione ci informa che si chiama Senne. Sono le nove di sera, col zaino in spalla, pieni di freddo, moralmente depressi anche per il duro linguaggio dei tedeschi ci hanno fatto scendere dal treno e dopo averci contato come pecore siamo incolonnati a quattro a quattro e facciamo la nostra entrata nel campo di Senne, il lager. Sono le 10 di sera, nel lager noto che vi sono già degli italiani non vi so dire la commozione, gli abbracci noi novelli dei lager e quelli che già non ne potevano più.

LA VITA NEL CAMPO

commilitoni
commilitoni

Si dorme in una grande tenda ed in baracche tutte numerate, io sono in una grande tenda, come quella di un circo equestre, fa freddo, è pieno zeppo, non è possibile sdraiarsi per terra sulla poca paglia, non erano passati ancora 20 minuti quando con un fischietto (il sistema tedesco di chiamata) ci fanno uscire tra gli alberi e prati e ci conducono a gruppi, in una grande baracca di legno a fare il bagno i vestiti li mandano al gas a disinfettare e noi all’aperto, all’aria fredda in attesa che ce li portassero, inoltre erano bagnati, siamo stati ieri sera al freddo completamente nudi (senza esagerare) due ore, si tremava da capo a piedi, per scaldarci ci davamo degli schiaffi l’un l’altro, poi ci diedero del caffè caldo (un surrogato) e ci dissero di arrangiarci per dormire, entrai in una baracca, era una stalla per cavalli, si stava abbastanza al tiepido e caddi addormentato come un sasso, erano le tre di notte passate.

in coda per il rancio
in coda per il rancio

Alle 5 di oggi sveglia, nuova conta (sembra che i tedeschi abbiano una mania per i numeri), poi incolonnati e visita medica, la visita medica si protrae per le lunghe, mi uniscono con altri 150 e veniamo condotti a alloggiare in una baracca.

Così a occhio, il lager (campo) mi pare grandissimo, pressappoco come il parco di Monza. Tutto cintato di rete metallica e filo di ferro spinato, alle entrate ci sono due sentinelle tedesche, su un’antenna sventola una bandiera tedesca e su due colonne vi sono due aquile in legno, ad ali spiegate, sulla sinistra di chi entra nel campo vi è un caseggiato con un campanile: è la prigione del campo.

È una valanga di cose nuove da imparare ogni giorno, compresa quella di masticare l’insalata amara.

Il vitto giornaliero consiste quasi sempre in caffè (acqua) caldo al mattino o the (che sembra un infuso di foglie di tiglio). A mezzogiorno: quattro patate (contate) non sbucciate, un mestolo di orzo bollito, oppure minestra di crauti, rape, a pappina (che sembra colla per attaccare i manifesti) e un filone di pane nero da dividere in quattro. La sera per cena: latte condensato con miglio, oppure un’altra broda di colore verdognolo, un pezzetto di margarina o un cucchiaio di marmellata o miele.

Riassumo:

  • mattino: caffè una tazza
  • mezzogiorno: quattro patate, un mestolo di orzo e una fetta di pane
  • sera: un mestolo di latte con miglio ed un pezzetto di margarina.

Generalmente (se non si è già alzati per l’allarme) la sveglia alla mattina è alle cinque, e ci si lava a torso nudo con un freddo cane, alle sei si parte per il lavoro o l’istruzione, dalle 18 fino alle 21 libertà nel campo alle 21 alle 21 tutti nelle baracche, che si va in branda.

La fame non ci molla, lo stomaco brontola, si tira la cinghia. Oggi giornata nera, il più che soffro è il freddo e da quando sono qui non ho dormito ancora a sufficienza.

Girando nel lager per il bosco ho scoperto un nido di merli e (mi sento un po’ in colpa) ho bevuto le uova che aveva. In baracca si discorre molto tra di noi. Il vitto è scarso però a tratti troviamo l’umore tipico di noi italiani. Abbiamo fatto una canzone che dice così:

Quando nel lager vien giù la sera, ritorniamo a dormir….
sulla paglia si spera, che pur deve finir….
Son lontane le cento città e le nostre mamme son là,
il loro amore come fiamma ci viene a riscaldar …..

Oggi è domenica, siamo andati alla S. Messa in una baracca dove hanno allestito un altare. Il cappellano ci ha rivolto buone parole di fede e di conforto. Quale bene ha fatto anche a me un po’ di preghiera… mi sembra di sentirmi più tranquillo e lieto.
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il lager

Attacco aereo

Domenica 27 Maggio 1944 – È Certamente un caccia americano con stella bianca sulle ali, bassissimo, mitraglia il lager, dietro a lui tre caccia tedeschi sono al suo inseguimento, l’attacco è stato improvviso, il caccia è piombato sopra di noi durante il preallarme (suono; che vuol dire che gli apparecchi non hanno ancora passato il confine; ma sono già stati segnalati) le mitragliere della FLAC tedesche a terra sono sorprese dall’audace e improvviso attacco del caccia americano i tedeschi si sono gettati a corpo morto a terra, noi via di corsa sotto i pini si stava a guardarlo girare.
Mi è toccato scendere nel rifugio coi tedeschi che gridavano per quattro, ho constatato che anche questi super uomini hanno paura di lasciarci la pelle.

GLI AMICI

i commilitoni prigionieri: tra loro tre albiatesi
i commilitoni prigionieri: tra loro alcuni albiatesi

Fra i compagni siamo tutti più che fratelli, nella mia baracca c’è Perego Pietro di Brugherio c’è Lovati Vittorio di Nerviano,
Gecchele Antonio che è di Bergamo, c’è Bocassino il torinese, un ragazzo timido che piange sempre e si dispera, ci sono diversi emiliani quali Campioli Athos di Correggio, Medici, Boraldi Pecorari c’è Faedi mantovano, etc.. siamo tutti amici tutti fratelli ci vogliamo bene.. inoltre in un’altra baracca vicina c’è Casiraghi di Tregasio: ci troviamo tra noi e discorriamo dei nostri paesi.

Oggi noi della baracca 76, non so di preciso come, siamo venuti in possesso di una bicicletta, e il maresciallo tedesco Lutze, quando l’ha scoperta, prima ha urlato poi ha deciso di lasciarcela (anche perché è una carretta arrugginita).

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Ho fatto un giro per il campo, sono a lavorare a Bad Lippspringe nel tornare mi sono fermato in una cantina (specie di osteria) a bere una birra, quando mi sento prendere per il braccio, lo guardo e lo riconosco è uno della cascina Canzi, entriamo nella birreria e beviamo le due birre, lui mi dice che ha fame io lo conduco alla mia baracca dove ho un pezzo di pane, lo taglio in due e mentre mangiamo pensiamo di scrivere a casa anche perché questo mio amico che si chiama Ferdinando non ha ancora ricevuto posta da quando si trova qui. Non so dire la gioia e la contentezza di entrambi ci domandiamo a vicenda un mondo di cose e facciamo progetti per il futuro, sempre che sia possibile ritornare alle nostre case.

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Ricevo una lettera in data 27 – 5 – 44 in cui il mio amico Viganò Mario di Albiate, contrada del Castello mi dice che si trova a Emden da 17 mesi e spera se possibile che abbiamo ad incontrarci…. oggi stesso gli scrivo dicendo che sarà difficile trovarci, però non si sa mai.

Oggi sono solo in baracca, sono tutti al lavoro ed all’istruzione a mezzogiorno, Perego mi ha portato il rancio, è venuto il Casiraghi a trovarmi mi ha restituito la sigaretta che gli avevo dato giorni scorsi, fatte due o tre boccate di fumo l’ho data a Perego che è un fumatore accanito, non ho voglia di scrivere, la ferita alla testa mi fa male, il pensiero corre a casa e mi sento triste.

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Non so proprio che fare per colmare la fame; penso di andare nel bosco a vedere se si può trovare qualche cosa, o raccogliere l’insalata matta.  filo fuori dalla capanna e velocemente mi sono diretto verso il bosco, quando da un sentiero laterale, vengono quattro soldati uno mi ferma e mi dice; “non sei milanese” e mi squadra in faccia, anch’io lo guardo….. mi fa “te se minga del Biaa in Brianza” … ed io subito: “e te, tè se minga de Suvic,” e lui “propri” ci stringiamo le mani commossi e continua a dirmi “questo è del tuo paese” ma io non lo conosco, anche lui stenta un po a riconoscermi, poi mi spiega che è otto anni che è militare è stato preso in Grecia etc… etc… mi dice di dirgli qualche cosa del paese e quei di Sovico comprendendo che abbiamo molte cose da dirci se ne vanno lasciandoci soli: Lui continua a domandarmi notizie del Paese e io gli confido che ho fame Lui è anziano, sa darsi un pò da fare coi tedeschi) si chiama Mantegazza Guerino e mi conduce nella sua baracca e meglio in un piccolo ripostiglio dove ha la sua branda, alza un telo tenda e prende un pezzo di pane nero, quasi un filone, lo taglia e me ne porge un pezzo, (che faccio sparire in tasca) indi mi da un quadratino di miele duro.

Chiacchieriamo ancora per un po’ mi dice; che hanno attentato al Fuhrer e che la guerra finisce presto, ci salutiamo perché lui è chiamato da un suo compagno ed io salgo dove un piccolo cimitero di prigionieri morti nella guerra 15-18 e mangio il pane e miele che mi ha dato.

PARTENZA E RITORNO A CASA

I giorni si alternano alla speranza più rosea ed allo scoramento più triste! Si parte non si parte! Però! Circola aria di partenza…

Ecco l’alba del giorno tanto atteso, veniamo incolonnati e avvicinati al treno ogni vagone ha un numero segnato in gesso, partono pure alcuni nostri compagni convalescenti vengono alloggiati in tre o quattro vagoni migliori degli altri. Alle 10 del mattino il treno è partito, siamo lieti, si va verso il sud, cioè verso l’Italia.

Sto pensando a come sono conciato (non solo io ma anche tutti i miei compagni) e mi prende un vago senso di nausea, magari oltre ogni dire, con le barbe lunghe che negli ultimi giorni non si è potuto tagliarle ed io coi capelli rasi a zero, gli occhi (non solo i miei) che sembrano spiritati, le giubbe rattoppate e spiegazzate i pantaloni che lasciano intravedere le ossa dei ginocchi, muovono pietà e compassione, e parecchi civili ce lo dimostrano, solo nel sorriso abbiamo qualche cosa, che non so, ci fa dimenticare fame sofferenza e tutto, e ci fa lieti, questa cosa è che ci avviciniamo alla nostra terra, al nostro sole che non ha uguali.

Quando il treno si ferma molti saltano a terra e la baciano, un sergente che da otto anni è via abbraccia una vecchia signora del Trentino come avrebbe abbracciato sua madre.

Quali brividi dà il momento del ritorno: come a chi, da una nave che è stata sulla burrasca, vede vicino la terra il porto di sbarco”.

Conclusione.. il ritorno
Conclusione.. il ritorno