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Anacleto e Amedeo… che morirono a Mauthausen

Storie quotidiane di Albiatesi nella Grande Storia del Novecento – estratto

albo_di_gloriaSessant’anni fa, Il 26 maggio 1957, come in un sacrario, venivano poste nel Santuario di San Fermo, nella cappella di destra, due grandi cornici marmoree che ricordavano i nomi dei caduti e dei dispersi albiatesi durante il secondo conflitto mondiale (vd. immagine riprodotta in  G. SALA, Albiate, dal Dopoguerra all’inizio del nuovo millennio, p. 333).

La collocazione delle due epigrafi avveniva all’interno del medesimo luogo in cui si venerava la bella tela ad olio dell’Ecce homo, la cui storia di “reduce dall’Albania” è stata con acribia ricostruita da Giancarlo Perego, in un articolo pubblicato su “il Cittadino” del 25 aprile 1992 e riproposto sul volume unico Sagra di San Fermo 2015.

Fra i 14 dispersi (12 in Russia, 1 in Grecia e 1 in Libia) e i 17 caduti menzionati nelle cornici suddette, attirano fra gli altri l’attenzione i nomi di Colombo Anacleto e di Frattini Amedeo, deceduti rispettivamente nel 1944 e nel 1945, a Mathausen (sic), in un campo di concentramento tristemente famoso, in cui trovarono la morte quasi 130.000 persone (5750 italiani).

Aperto nel 1938, il campo di Mauthausen-Gusen era classificato di “classe 3” (come campo di punizione e di annientamento attraverso il lavoro) ed in tale località lo sterminio venne attuato attraverso il lavoro forzato nella vicina cava di granito (accessibile solo attraverso i 186 gradini della scala della morte), mediante la consunzione per denutrizione e stenti e, da ultimo, per mezzo di alcune camere a gas (ordinariamente utilizzate per le esecuzioni di “indesiderabili”, per i deportati inabili appena arrivati o per eccedenze fisicamente ridotte alla fine, selezionate per far posto a manodopera nuova).

Ma perché gli Albiatesi Anacleto e Amedeo finirono in quel campo?

Ci lasciamo guidare in questa ricerca innanzitutto dal racconto di altre lapidi e sculture, in cui è stata raccontata la vicenda di centinaia di deportati, che risiedevano o lavoravano in quegli anni di guerra a Sesto san Giovanni e nei paesi limitrofi.

Questi “elenchi della memoria” sono ormai da alcuni anni consultabili in rete e costituiscono preziosa testimonianza di “eroi anonimi che hanno creato la storia” (J. Fucik).

Anacleto

Colombo Anacleto Giuseppe era nato a Albiate l’8 febbraio del 1900 e risiedeva in paese, in Via Roma, 11. Lavorava come manovale alla Falck Vittoria e quotidianamente si trasferiva per lo svolgimento della sua mansione in fabbrica nella città di Sesto.

La notte del 28 marzo 1944 venne arrestato in casa e rinchiuso nella caserma di Carate Brianza: da lì fu trasferito nel carcere di San Vittore a Milano e dal 31 marzo fu relegato nel braccio tedesco, uno dei “raggi” dell’Istituto penitenziario, che, durante il periodo bellico (1943 – 1945), fu soggetto alla giurisdizione delle SS.

Un tribunale germanico giudicava allora i cittadini italiani secondo i regolamenti tedeschi: i detenuti, appena conosciuta la loro sentenza, anche se innocenti, venivano inviati per il servizio del lavoro in Germania se ritenuti idonei, ai campi di concentramento se gravemente compromessi nelle condizioni di salute.

Un nuovo trasferimento condusse così Anacleto alla caserma Umberto Primo di Bergamo, da cui partì il 05 aprile 1944 alla volta di Mauthausen, ove giunse il giorno 8 dello stesso mese.

Anche a lui, come a tutti i prigionieri, fu assegnato un Häftlingsnummer, un numero di matricola, che sostituiva il nominativo degli internati ed era riportato sulla divisa, scritto in nero su stoffa bianca, posto all’altezza del cuore e al centro della coscia destra (talvolta riprodotto anche su una placchetta di latta da portare al collo o al polso).

Anacleto perse il suo nome e divenne così la matricola n. 61615.

L’Albiatese venne, infine, internato a Gusen, sottocampo a cinque chilometri di distanza da Mauthausen, dove morì il 13 ottobre 1944, dopo 6 mesi di permanenza in questi luoghi dell’Alta Austria a 25 chilometri da Linz, dove i prigionieri erano costretti a lavorare anche per 24 ore consecutive, fino al totale sfinimento, poiché detenuti (per la maggior parte maschi adulti, antinazisti) considerati soggetti irrecuperabili, impossibili da rieducare, solo da distruggere psicologicamente e fisicamente.

Amedeo

Frattini Amedeo era nato a Varese il 20 marzo 1901 ed era residente in Albiate, in Via Marconi 28. Lavorava alla Falck Unione reparto OMEC (Officine Meccaniche), come aggiustatore meccanico.

Anch’egli venne arrestato in casa, di notte, nella stessa retata del 28 marzo 1944.

Le caserme di Carate e Bergamo furono anche per lui le tappe intermedie, prima della partenza per Mauthausen, laddove sarebbe diventato la matricola n. 61640.

Amedeo morì il 24 aprile 1945 insieme ad altri 128 internati (24 dei quali Italiani) giustiziati nella camera a gas di Mauthausen e bruciati negli annessi forni crematori.

Le camere a gas erano presenti a Mauthausen, nel Castello di Hartheim e nelle baracche di Gusen; i tre forni crematori nel campo avevano la caratteristica particolare di un’apertura/bocca molto piccola, dimensionata per l’introduzione di scheletrici corpi delle vittime, ridotte a poche decine di chili di peso.

L’ingegneria nazista li aveva progettati con l’intento di economizzare al massimo anche le spese dello sterminio, per essere usati alla fine del ciclo di distruzione del prigioniero ridotto a una sottile sagoma, garantendo un elevato risparmio sul tempo di cremazione e sulle spese di costruzione, di gestione e di combustibile di questa assurda macchina di morte.

Amedeo fu ucciso il 24 aprile 1945, il lager di Mauthausen, ultimo fra i campi nazisti, fu raggiunto sabato 5 maggio 1945 dalle avanguardie della 3ª Armata americana, guidata dal generale Patton, che, entrando nel campo, trovò cataste di morti e 16.000 deportati ancora vivi (dei quali circa 3.000 morirono di stenti subito dopo la liberazione).

Nel mese di aprile del 1945 le SS avevano cominciato la distruzione dei documenti e lo sterminio totale dei prigionieri. Secondo ordini precisi del Reichsminister Himmler e dell’Obergruppenführer SS Kaltenbrunner al comandante del campo Ziereis, Mauthausen e Gusen dovevano scomparire, prigionieri inclusi.

L’ordine dovette valere anche per Frattini Amedeo, che per pochi giorni non riuscì a riassaporare la libertà persa un anno prima.

Ma quale colpa pagarono i due Albiatesi?

Con efficace descrizione e minuziosa precisione, una ricerca guidata da Giuseppe Valota (consultabile anche in internet http://www.deportati.it/static/pdf/TR/1997/aprile/10.pdf) ci racconta che la loro morte fu il “prezzo degli scioperi” che i lavoratori della Breda, della Pirelli, della Falck e di altre industrie sestesi attuarono fra l’1 e l’8 marzo 1944, andando incontro alla durissima repressione tedesca.

Lo sciopero generale vissuto nel Nord Italia dall’1 all’8 marzo 1944 costituì  l’atto conclusivo di una serie di agitazioni cominciate, in forme e modalità diverse, già nel settembre 1943, all’indomani della costituzione della Repubblica Sociale Italiana e dell’occupazione tedesca, e sviluppatesi soprattutto nei mesi di novembre e dicembre di quell’anno.

Lo sciopero del marzo 1944 non fu solo di tipo economico-rivendicativo o per il miglioramento delle condizioni salariali (attraverso la richiesta di aumenti) o della situazione alimentare, ma ebbe connotazioni politiche, intendendo mettere in discussione l’assetto politico-istituzionale del Paese.

A Milano gli scioperanti furono 119.000 nell’arco di cinque giorni, a Torino 32.600 per tre giorni.

Con intento di rappresaglia e di punizione esemplare, Hitler ordinò di deportare in Germania il 20% degli scioperanti.

L’ambasciatore tedesco presso la Repubblica Sociale, Rudolph Rahn, calcolò che tale percentuale corrispondeva a 70.000 persone.

Da Sesto San Giovanni e paesi limitrofi duecento lavoratori – in prevalenza operai  ma anche ingegneri e impiegati, capisquadra e capitecnici – furono in quei giorni deportati in Germania, quasi sempre senza interrogatorio e senza un’accusa.

Molti i giovanissimi, molti di più i lavoratori fra i 30 e i 40 anni, un gruppo di uomini anche oltre i 50 anni: essi non vennero arrestati in fabbrica ma nelle proprie case, di notte, lontano da possibili sedizioni e rivolte di massa.

In quei mesi convulsi, della Falck Victoria, dove lavorava Anacleto, furono 14 i deportati e ne sopravvissero solo due; della Falck Union, sede di lavoro di Amedeo, furono arrestati 41 lavoratori, 25 dei quali morirono nei campi di concentramento.

Furono 51 gli arresti di quella retata del 28 marzo 1944, che coinvolse gli Albiatesi.

La partenza da Bergamo del 05 aprile, con il Transport n. 35 (si veda anche I. TIBALDI, Compagni di viaggio, Franco Angeli, Milano 1994), avvenne forse su un carro-bestiame piombato: almeno 75 i deportati complessivi.

Con quel vagone vennero trasportate anche otto donne che furono immatricolate successivamente a Auschwitz.

Un destino comune attendeva tutti loro: essere cancellati “da una storia” che non condividevano e contro la quale si erano rivoltati.

Annullati nel momento dell’ingresso al campo con un numero di matricola, la memoria e il nome di Anacleto (nell’Albo di gloria del Santuario di san Fermo a Albiate, nelle memorie dell’Istituto di Storia della resistenza e del movimento operaio, in una lapide Falck all’ingresso dello Stabilimento Vittoria, sul lato destro della lastra in metallo del  Monumento eretto presso il Cimitero nuovo di Sesto, in Piazza Hiroshima e Nagasaki,  http://lombardia.anpi.it/media/blogs/lombardia/2010-12/5_LAPIDI_CIMITERI-20_12_10.pdf) e di Amedeo (nella cornice marmorea albiatese, nella scultura all’ingresso di via Mazzini della Falck Stabilimento Unione, nella lapide Falck stabilimento Unione reparto Officine meccaniche, sul monumento predetto al Cimitero Nuovo di Sesto), insieme a quello degli altri deportati, continuano a sopravvivere a imperitura memoria di “eroi anonimi che hanno fatto la Storia” anche per il Nostro Paese.

Leggete anche gli interessanti commenti a questo articolo… e contribuite anche voi a scrivere la memoria di Albiate

Auguri Romano!

Venerdì 7 ottobre Romano Corbetta compie gli anni!!!

Classe 1930, Romano Corbetta, albiatese cresciuto all’ombra del santuario di San Fermo, prefetto per decenni dell’oratorio maschile, ha conosciuto e contribuito ad educare generazioni di ragazzi che hanno trovato in lui una guida sicura, fedele e coerente.

Già insignito del Premio San Valerio nel 2011, braccio destro dei sacerdoti presenti in paese spesso ricordato nelle pubblicazioni locali

è stato organizzatore di molteplici iniziative (presidente dell’Azzurra, guida di innumerevoli fiaccolate, promotore di tornei serali di calcio o di scopa d’assi, proiezioni cinematografiche presso il Cine-teatro “la Cittadella”…) e  collaboratore sempre presente…anche nelle famosissime vacanze a Livigno

Romano è sempre stato capace di mettersi accanto a tutti, di condividere il presente, senza però mai perdere occasione di porsi con sguardo profetico sul nuovo del futuro.

Auguri, Romano!!!

Noi iniziamo questa serie di auguri… ora tocca Voi… non siate timidi,  Romano li apprezzerà tantissimo!

Raffaele Cazzaniga: da Vittorio Veneto al campo di concentramento

Ho accolto con piacere la notizia che sarebbe stato pubblicato su questo sito l’articolo che scrissi nel 1995 per le pagine de “Il Cittadino”, in cui raccontavo le vicende vissute dal giovane soldato albiatese, Raffaele Cazzaniga, durante il secondo conflitto mondiale. Rimettere nuovamente a disposizione dei lettori queste sue brevi memorie permetterà, soprattutto ai più giovani, di conoscere la sua intensa e forte esperienza, di riflettere su quanto accadde in quegli anni e, magari, di non dare più per scontato il periodo privilegiato che stanno (e stiamo) vivendo, anche grazie al contributo di uomini come Raffaele. Sapremo allora, ancora di più, apprezzare i nostri nonni, considerandoli un dono prezioso da guardare sempre con occhi pieni riconoscenza.

Grazie ancora Raffaele!

Emanuele Colombo

Articolo de “Il Cittadino” del 18 Febbraio 1995

Un ringraziamento ad Alberto Farina e Samuele Corbetta per aver recuperato e digitalizzato questo articolo

Pensieri di Natale

Il motore di ricerca di Ubisuntalbiatenses ha trovato nel suo ponderoso archivio multimediale testimonianze di qualche Natale fa.

Noi  ve le proponiamo e vi suggeriamo di lasciare allo Spirito del Natale la possibilità di entrare nei vostri cuori per fornire a ciascuno una personalissima chiave di lettura.

Da Ul Lanternin: Albiate in versi

Dal Natale del 1961: Gli avvisi sacri

Dal Natale del 1980: Articolo di Don Giuseppe e Don Bruno

Dal Natale del 1982 sul Bollettino di San Fermo: Articolo di Don Giuseppe e Don Bruno

Dal Natale del 1982: Articolo di Remo Canzi

Da Ul Lanternin: La parola ai più giovani

Ebbene?  …volete condividere con noi e i nostri lettori qualche pensiero natalizio?

 

 

Gli SLAG

Slag_logoFebbraio 2005, Sante Quarantore: Suor Marinella e le sue timide parole, pronunciate di fronte ad un nutrito gruppo di 18-19enni. D’improvviso, un’idea. Alberto, che indossa le Goodyear azzurre con le strisce gialle, suona il pianoforte da diversi anni. Samuele, capellone a fungo atomico, percuote come un tamburo, a ritmo di marcia, tutto ciò che gli capita sotto tiro. Gabriel, che indossa già giacca e cravatta, conosce a menadito qualsiasi canzone italiana e canta già alla messa del sabato sera, alle ore 20, in quel del Dosso. L’idea non rimane tale.

Marzo 2005, oratorio Paolo VI, festa del Papà. L’idea diventa concreta: gli SLAG irrompono sulla scena Albiatese. Dopo l’incontro di preghiera nel palazzetto dell’oratorio Paolo VI, gremito in ogni ordine di posti, Samuele, Laura, Alberto e Gabriel (da qui il nome SLAG) esordiscono con un mini-concerto di sei brani, un mix tra Cesare Cremonini e gli 883.

Maggio 2005: nelle tiepide serate della “Madonna che cammina”, ricordate con un briciolo di nostalgia, durante le quali la Madonna di Fatima si spostava di casa in casa, all’inconfondibile suono delle Ave Maria di Don Franco e sotto la vigilante guida di Mario e Pinuccio, agli SLAG frullavano altre strane idee per la testa.

Sabato 11 Giugno 2005, festa dell’Azzurra. Alle ore 20.45, presso il palazzetto dell’oratorio Paolo VI, il sogno diventa realtà. Gli SLAG tengono il loro vero primo concerto. Il DJ Nicolò allestisce un impianto degno delle migliori band in circolazione, la tensione si tramuta presto in adrenalina pura e, sotto la spinta del tifo del pubblico Albiatese, il concerto riscuote grande successo.

Ecco la scaletta del concerto;  puoi anche riascoltare alcuni momenti di quel concerto!

E tu, ricordi gli SLAG? Hai foto o video di qualche loro esibizione/concerto? Ricordi altri gruppi musicali che sono apparsi sulla scena Albiatese?

Elvezio… il respiro dell’amicizia

Elvezio Pelucchi
Elvezio Pelucchi

Lo conobbi un martedì sera di tanti anni fa, mentre con Pio si stava bonariamente disputando la famosa poltrona ricoperta dal telo a piccoli quadretti nella sala del don, durante l’incontro-catechisti settimanale, in cui si presentavano le lettere pastorali del Cardinal Martini da mettere in pratica nella vita parrocchiale…

In quell’occasione, come in molte altre, fu lapidario nel concludere: “ci ingegniamo per tante cose… ma ai ragazzi devi solo far conoscere che Gesù è un amico!”.

Elvezio e la moglieQuella frase, che porto ancora stampata nella mente più che cento incontri e conferenze, è stata davvero il motore della bicicletta di Elvezio nel girovagare per le strade non solo del nostro paese, ma della vita sua e delle tantissime persone che ha incrociato.

Le parole di Elvis erano davvero “vive, efficaci, più taglienti di ogni spada a doppio taglio” (Eb. 4, 12), perché nulla con lui era scontato, banale o ripetitivo, ma tutto doveva esser nuovo e rinnovato in nome di quell’amicizia che, per lui, era sempre sacra…

Elvezio

Da quel martedì ho avuto modo di incrociare tante volte quest’amico, allora catechista e animatore dei ragazzi della classe 1972, che sono rimasti legati a lui come a un papà-amico, sempre disposto ad ascoltare e a condividere istanti, dall’incontro del venerdì sera alla mangiata insieme ai Crotti, alle quattro chiacchiere su una panchina, all’abbonamento allo stadio per quel Milan che lo faceva fremere!!!

 

Elvezio era vera immagine dello Spirito… era respiro, soffio, brezza, vento gagliardo e impetuoso, tornado!

Eh sì… Così, dopo quel martedì, l’ho visto tante altre volte muoversi come un tornado… L’ho incrociato alla mattina presto mentre girava per il paese a consegnare a domicilio riviste e avvisi di qualche associazione o il quotidiano Avvenire,  l’ho ritrovato all’oratorio a pulire spogliatoi e bagni o a preparare la spaghettata per i ragazzi dell’oratorio feriale, a consegnare in qualche casa teglie di lasagne da lui appositamente cucinate, a distribuire di sera in qualche casa pacchi di alimenti, secondo quella sua charitas discreta di manzoniana memoria, che nel tacer pudico accetto il dono fa…

L’ho rivisto vento gagliardo… ogni volta che si discuteva delle cosiddette istituzioni o delle associazioni, di cui non voleva – da vero spirito libero – far parte stabilmente, ma per le quali si spendeva indistintamente, senza badare a colore o schieramento, sempre comunque nel nome di “amici” che nel suo credo venivano prima di ogni altra classificazione.

E così l’ho visto collaborare insieme a Marzia alla nascita della Scuola di Italiano per gli stranieri, ma anche alle numerose iniziative della sua amata Colico, non ultima l’animazione nella convivialità delle coppie che si preparavano al matrimonio.

Perché Elvezio era così: lanciava, avviava…poi lasciava spazio, come chi chiede all’amico di aprire le porte della sua casa e poi lo lascia lì, sulla soglia, perché possa continuare a sperimentare sempre, anche da solo, il sapore dell’altro…

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L’ho intravisto ancora come una brezza leggera… ogni volta che ti raccontava delle sue esperienze, dalla gioventù fino all’oggi, dall’organizzazione di cineforum alla passione per il gruppo musicale dei Nomadi e per le passeggiate in montagna con gli amici e con i sacerdoti, della sua famiglia e delle sue figlie Giulia e Maria e dei loro percorsi di studio e di crescita…

Senza renderla mai pesante, Elvezio amava la “cultura” del cuore, che toccava svariati ambiti: poteva da un momento all’altro consegnarti fotocopie di un corso intensivo sul “Concilio dei Giovani” tenutosi ad Asola negli anni ’70, un testo della comunità di Bose oppure l’ultimo libro di Davide Van de Sfroos, che magari si metteva a leggere proprio lì, in Chiesa, mentre un incontro o un’omelia non riuscivano a trasmettergli quella verità che in quel momento stava ricercando…

Amava vagare per i luoghi del suo lago, ma anche per i musei e per le Chiese di Milano, sempre informato e interessato a conoscere autori ed opere d’arte, sempre con i suoi giudizi taglienti ed efficaci per evidenziare quando a volte “la parola Arte” gli sembrava sottrarre spazio alla parola “Uomo”.

 

L’ho percepito come un soffio lieve… ogniqualvolta doveva dirti un “grazie” anche senza motivo: ed allora si presentava a casa tua con una cassetta di frutta dell’orto, con un libro, con un oggetto sempre diverso e sempre originale che ti lasciava stupito, perché sempre azzeccato…

Una pietra incisa raffigurante un angelo custode, un vestito originale per i bimbi e per le bimbe, un libro che non si riusciva a trovare da nessun’altra parte… la danza del dono di Elvezio non prevedeva contraccambio.

E a lui piaceva donare – soprattutto agli ultimi e a coloro che vivevano qualche difficoltà – soprattutto tempo e parole, beni inestimabili.

elvezio_6Nel 2013, attribuendogli il Premio San Valerio, l’intera comunità Albiatese aveva riconosciuto in lui una risorsa importante e nascosta.

“Fervente sostenitore dei valori più alti della vita, della famiglia e dell’amicizia egli si è reso particolarmente vicino, con spirito di disponibilità e di altruismo, agli ammalati, ai ragazzi e ai giovani sapendo coltivare i rapporti umani con costruttivo dialogo. Prezioso il suo apporto di volontariato nell’ambiente oratoriano e nei confronti delle persone straniere che si trovano nella necessità di apprendere la nostra lingua.

La sua lineare testimonianza  di servizio, che perdura nella generosità e gratuità, merita di essere segnalata a conferma di come ciascun cittadino con il suo discreto ma convinto contributo può rendere migliore e più serena la convivenza sociale garantendo alla stessa un  futuro più umano e solidale.”

Perché, del resto, ad Elvezio piaceva anche donare i suoi sogni per l’avvenire: una tenda della condivisione da realizzarsi sulla pubblica piazza (perché nella vita non ci si deve rintanare), cene di condivisione con i lontani e gli stranieri (perché se si condivide si moltiplica), orti di condivisione coltivati a più mani e messi nelle mani di bambini (perché dalla terra nasce l’uomo)…

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L’ho colto come un respiro… allorché, come ha ricordato anche un suo amico sacerdote, era solito ripetere che la preghiera non poteva essere una penitenza da assegnare al termine delle confessioni, ma il respiro dell’anima, che, se mancante, avrebbe provocato la morte dell’uomo.
Negli ultimi tempi anche la sua voce affievolita lasciava intravedere che quella sua affermazione la stava vivendo su di sé ricercando nei suoi “momenti di deserto” quel respiro dell’anima che poteva ancora dargli voce…

 

Una domenica mattina soleggiata dello scorso settembre sono passato a rivedere Elvezio: era circondato solo da bellissimi fiori su cui si posavano api in cerca del nettare, pronte a recuperare il polline da trasportare di pianta in pianta…

 

Poco istanti dopo essermi allontanato, ho rivisto avvicinarsi attorno agli stessi fiori alcuni suoi ragazzi del ’72 e alcuni suoi amici milanisti, che, prima di andare al consueto raduno settembrino ai “crotti”, erano passati a salutare la loro “guida”…, api pronte a trasportare di nuovo quel polline di un ricordo fecondo di pianta in pianta!

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Al soffio lieve di questi ricordi, vuoi condividere anche tu il respiro di qualche aneddoto o episodio particolare vissuto con l’amico Elvezio?

Padre Mario Longoni, 35 anni di sacerdozio: ad multos annos!!!

padre_mario_longoniPer chi non lo conoscesse:

Figlio de l’Amelio ul calzular…”: ecco la sua storia raccontata su Ul Lanternin direttamente con le sue parole (siamo alla fine degli anni ’70)

Risponde alla chiamata del divenire sacerdote… e nel giugno 1980 il paese di Albiate si prepara alla festa!

Amici, giovani e bambini gli scrivono… e Padre Arnaldo Guerra ci ricorda che è un “nuovo prete”…Betharramita (dal Bollettino Parrocchiale di San Fermo – giugno 1980)

E che festa! Preceduta da un’intera settimana vocazionale!!! (dal Bollettino Parrocchiale di San Fermo – agosto 1980)

Presto pubblicheremo una bella biografia di Padre Mario…

 

Buon compleanno Don Bruno!!

Oggi, 22 settembre, don Bruno Molinari compie gli anni…

E’ stato bello condividere con lui ad Albiate tanti momenti… dall’inizio alla fine della sua permanenza in paese…

La sua prima “predica” ad Albiate il 28 agosto 1976 (dal quaderno de Il Cittadino della Domenica “il mio oratorio”)

Un breve ritratto… alla sua partenza da Albiate (dal testo di G. Sala)

Un po’ di foto che ci riportano indietro negli anni…

Vuoi fare gli auguri a Don Bruno?… puoi scrivere un commento qui sotto o inviargli una mail al suo indirizzo ufficiale di Monsignore a Seregno:

monsignore@basilicasangiuseppe.it

Sicuramente ne sarà felice… parola di Macchie Rosse!